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Romanzo senza umani

Romanzo senza umani

Inverno 1573, lago di Costanza. Il vento dell’Epifania ha spaccato la crosta di ghiaccio spessa due piedi, ma non è ancora tempo di disgelo. Il panorama è lugubre, il lago è pericoloso e anche quest’inverno ha preteso il suo tributo di sangue, un ragazzo è annegato il giorno delle Ceneri. “Non graziati dal letargo, gli uomini guardano alla furia degli elementi come a uno spirito che li sovrasta e li offende, mescolano i fatti con gli incubi a occhi aperti”. Persino la guerra tace ancora, si è fermata aspettando la fine del freddo inverno. Oggi, Roma. Mauro Barbi ha ricevuto l’invito a partecipare come ospite ad un talk show televisivo della domenica sera, vogliono che spieghi al pubblico l’importanza dei laghi per il nostro pianeta. Tema nobile e interessante, per carità: solo che Barbi è uno storico, non un climatologo. E ora sta esprimendo i suoi dubbi e le sue perplessità – davanti a una pizza e una birra – a un amico, Fiore, che non vede e non sente da quindici anni. Ma la cosa più strana non è che non lo veda da quindici anni: è la modalità con cui lo ha ricontattato. Mauro infatti ha risposto a una mail di Fiore appunto di quindici anni prima, gli ha scritto come fosse passato un giorno soltanto (“Volevo riprendere il filo” “Di quale filo parli, Mauro?” “Avevo bisogno di chiarire” “Ma ti pare che siamo le stesse persone? È come se avessi scritto a un morto”) e lo ha invitato nella pizzeria dove andavano sempre insieme. Gli racconta del viaggio che ha progettato: vuole tornare al lago di Costanza, passando per Monaco di Baviera e per Zurigo. Non sono luoghi casuali, sono luoghi importanti della memoria. Mauro Barbi vuole fare i conti con il passato, qualche giorno dopo l’amara e fallimentare cena in pizzeria parte per la Germania in treno, con in tasca un post-it, “più che una lista di cose da fare, stavolta erano nomi di persona. Gente della mia vita”. Mentre alla stazione di Monaco si gusta una porzione di fish & chips, lo richiama lo staff della trasmissione televisiva. Lo vogliono davvero, lui protesta – molto blandamente –, si schermisce ma a loro interessano i suoi studi sulla cosiddetta Piccola Era Glaciale, sul congelamento del lago di Costanza…

Viene definito Piccola Era Glaciale – al netto di qualche difformità d’opinione tuttora presente tra gli storici e gli scienziati – un periodo della storia climatica della Terra che va approssimativamente dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo nel quale si registrò, per motivi ancora incerti, un sensibile abbassamento della temperatura media soprattutto nel continente europeo. Ovviamente si tratta di un periodo brevissimo da un punto di vista geologico, motivo per il quale non si può assolutamente parlare di Era glaciale propriamente detta. Ciononostante, dal 1300 si assistette a un graduale avanzamento dei ghiacciai e alla formazione di nuovi: il processo andò avanti fino al 1850, quando le temperature presero ad aumentare e i ghiacciai a ritirarsi, fenomeno ancora in corso tutt’oggi. Gli inverni e autunni significativamente più rigidi (per dirne una, nevicava regolarmente in città europee nelle quali oggi non si vede un fiocco di neve per decenni) portarono molte conseguenze negative per l’agricoltura e gli allevamenti, causando siccità e a cascata povertà, epidemie e disordini sociali. Sono molti gli storici che attribuiscono a questo clima cupo e disperato e alla istintiva ricerca di colpevoli il gran fiorire di persecuzioni religiose, la caccia alle streghe (che in molti documenti dell’epoca in effetti venivano ritenute responsabili del maltempo) e persino molte guerre. E l’ombra di questa oscura, gelida parentesi della storia incombe su tutto Romanzo senza umani, anche quando non se ne parla affatto. Scritto nell’estate successiva al lockdown, è un libro abbastanza diverso dai precedenti di Paolo Di Paolo, che quindi gli ha richiesto molto lavoro e soprattutto gli ha imposto di affrontare diverse sfide, alcune inedite per lo scrittore romano. La principale era quella esplicitata già dal titolo: si può scrivere un romanzo facendo a meno degli esseri umani, della sfera dell’umano? Come ha spiegato lo stesso autore in un’intervista a “Letteratitudine”, “La risposta è no, non solo perché la storia si riempie di persone già dopo soltanto poche pagine, ma perché l’ambiente senza umani delle prime pagine è una contraddizione in termini: certo, non c’è nessuno che sta guardando quel paesaggio gelato, ma ci sono l'occhio del narratore e quello del lettore. Il titolo del libro contiene quindi un paradosso. Quello che viene negato dal titolo viene affermato dal libro: il romanzo e l’umano sono strettamente connessi”. Una (ri)scoperta che Di Paolo ha fatto scrivendo e che il protagonista insegue pagina dopo pagina: vuole recuperare la sua umanità, aggiornare il software e per questo risponde a mail del passato, tenta di ripercorrere la strada della memoria ricordando e ritrovando persone importanti. Un tentativo tutto sommato goffo, doloroso, che non fa che sottolineare l’assenza, la mancanza, le ferite, il gelo della sua personale, piccolissima era glaciale. Di Paolo è molto bravo nel raccontarci senza infierire quest’uomo così moderno nella sua solitudine, e il regista Gianni Amelio ha proposto Romanzo senza umani per il Premio Strega 2024, dove è approdato in finale.