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Rosanero

rosanero

Anche quel 21 marzo Calogero Mancuso si sveglia come sempre alle otto in punto, felice per l’esplosione di luce che quell’inizio di primavera gli sta portando nella stanza. Il tutto nonostante quell’affare da sistemare lo inquieti un po’. Si prepara un bel caffè fumante, poi doccia e in accappatoio sceglie con cura i vestiti da indossare. Per una questione importante da risolvere ci vuole l’abito adatto. Sceglie un bel gessato bianco chiarissimo, la camicia nera damascata con cravatta bianca a pois rossi, le scarpe di vernice nera e le calze scure. Si guarda allo specchio soddisfatto. La pelle abbronzata, i denti bianchissimi, gli occhi azzurri. Prende portafoglio e chiavi della macchina ed esce per la tappa obbligata al bar. Il locale è affollato di gente ma Calogero lì dentro è di casa e basta un cenno a Pasquale il barista per farsi aprire un varco tra la folla che lo proietta davanti al bancone. Pasquale urla al ragazzo nuovo di preparare velocemente un caffè mentre lui gli serve il cornetto più grosso appena sfornato. Dal fondo del locale un altro uomo segue tutta la scena. Franco Restivo, il proprietario del chiosco di fiori proprio alla fine del marciapiede del bar. Lo conosce bene al Mancuso, purtroppo. Lo vede quasi tutti i mesi al chiosco, non certo per comprare i fiori ma per riscuotere la sua rata del pizzo. Gli sale istantaneamente l’odio e la voglia di saltargli al collo per ammazzarlo di botte. Lo vede uscire dal bar tronfio e sicuro di sé e dirigersi sul marciapiede opposto in attesa che il semaforo diventi verde. Una moto di grossa cilindrata con due uomini a bordo passa proprio in quel momento accanto a Mancuso e la figura con casco integrale seduta dietro gli spara un colpo dritto in faccia che fulmina il mafioso all’istante, sbalzandolo indietro come un pupazzo. Franco ha visto tutto nascosto dietro una macchina; è scioccato. Ritorna dentro il bar dove fra gli avventori già si parla della guerra fra cosche che quell’omicidio sicuramente scatenerà. Proprio in quel momento a Franco suona il cellulare. È l’ospedale. Sua figlia Rosellina ha avuto un incidente a scuola cadendo da un’altalena e ha sbattuto la testa. Franco si fionda senza fiato da lei e la trova a letto che dorme. Calogero intanto apre gli occhi e non capisce bene dove si trova. Quando i suoi occhi sembrano adattarsi alla luce vede distintamente un uomo davanti a sé che lo chiama Rosellina mentre in lacrime lo abbraccia…

Cosa succederebbe se un temutissimo boss della malavita siciliana finisse inspiegabilmente - dopo essere stato ammazzato - imprigionato nel corpo di una bambina il cui padre è proprio una delle vittime delle sue estorsioni e non solo? È questo l’imprevedibile cortocircuito da cui parte la scrittrice palermitana Maria Tronca per mettere in scena il suo spassosissimo romanzo – divenuto nel frattempo anche un film con Salvatore Esposito nei panni del boss – che con una scrittura sempre coinvolgente e piena di suspense e colpi di scena dipinge un mondo dove bene e male (rosa e nero per l’appunto) s’intrecciano, s’inseguono di continuo fino all’imprevedibile e quasi commovente colpo di scena finale. Una lettura godibilissima per la capacità della Tronca di affrontare un tema serissimo attraverso la chiave di lettura della favola. Una favola nera scritta con cura, grazia e ironia, - notevoli e spassosissime le incursioni dialettali a cui si affida per caratterizzare i personaggi -, che alla fine commuove e fa riflettere pur col sorriso sulle labbra, lasciando persino intravedere uno spiraglio per un possibile e a questo punto attesissimo sequel.