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Sag Harbor

Sag Harbor

Sag Harbor è una località balneare nella quale un gruppo di afroamericani benestanti ha costruito una comunità. Nel 1985, con la sua famiglia, Benji Coopera passa lì le vacanze estive. È un luogo tranquillo, non proprio la meta che rispecchia i suoi gusti, lui che ama la musica punk e guarda film horror. Ma è anche un adolescente, in quella fase della vita in cui tutto è ribellione ma in cui tutto è messo in discussione, nella quale si è molto confusi e ci si guarda intorno nell’attesa di prendere una direzione. Si trova a disagio, fuori contesto, con adulti che non conosce e ragazzini con cui deve costruire relazioni nuove, creare nuove sinergie in cui prendersi le misure e decidere con chi accompagnarsi. Non è facile quando si vive accostato ai margini culturali della società, quando le proprie passioni sono poche e di nicchia, quando il linguaggio che si parla è avulso da quello comune e se ne deve imparare un altro non necessariamente edulcorato, non esattamente educato. Il luogo mortifero che si presenta ai suoi occhi all’arrivo, però, è lo spazio nel quale prendere forma ed evolvere, cambiare aspetto, inquadrare un orizzonte e darsi una prospettiva. Forse questa estate del 1985 non è così persa come può sembrare; forse in questa estate del 1985 succederà qualcosa dentro Benji e intorno a lui che ingoierà un bambino e sputerà un ragazzo…

Sag Harbor è il luogo della mutazione, lo spazio nel quale si sviluppa una storia di formazione, il passaggio sottile e a tratti impercettibile da un’età a un’altra. Ma Sag Harbor è anche lo scrigno delle incomprensioni generazionali, il dispiegamento dei luoghi comuni legati all’adolescenza sulla quale pesano sempre gli stessi capi d’accusa: svogliatezza, svagatezza, indecisione, mollezza, mancanza di spirito. Ed è così - deve essere così - perché l’adolescenza è un momento cruciale e crudo della crescita, quello in cui tutto comincia veramente e gli adulti dopo che ci sono passati è come se la rimuovessero dalla propria memoria, criticandone le sue forme quando la vedono apparire nei propri figli e nelle figlie, e nei figli e nelle figlie di amici e conoscenti. Ma anche l’acqua prima di essere congelata è liquida, va da tutte le parti, si adatta a qualunque contenitore, non ha una forma propria e si adegua mollemente e senza ribellione tanto a un vaso quanto a un bicchiere. L’adolescenza vista attraverso gli occhi di Benji è un’età magica schiacciata da interrogativi enormi, dai disagi di un corpo che cambia, dalla percezione di sentimenti e pulsioni nuove. Si inizia a prendere dimestichezza col dolore, confusamente, una contrattura alla bocca dello stomaco alla quale non si sa che nome dare; ci si mette a paragone coi coetanei quello che hanno loro, quello che hai e mai, mai che le cose siano come le si desidera. Colson Whitehead fa di questo un’esperienza collettiva, chiusa dentro un ambiente in cui potrebbe essere facile riconoscersi e non lo è. Perché ovunque - tra i ricchi e tra i poveri, tra i bianchi e tra i neri - un ragazzino o una ragazzina troveranno sempre qualcuno che pretende qualcosa da loro, che su di loro ha delle aspirazioni, dei piani, delle aspettative e mai, mai qualcuno che chieda loro: “ma tu, cosa desideri?”