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Salto d’ottava

Salto d’ottava
Lui è Matteo, un produttore cinematografico benestante eppure in preda ad uno stato confusionale continuo. Potrebbe fare il salto di qualità, diventare magari famoso, un’ottava sola in un balzo. Non lo fa. Lui, contemporaneamente, è anche Met, un sedicenne metropolitano, skateboard sotto ai piedi, annientamento cerebrale chimico e disillusione totale. Giù al Rottame, lo scheletro in cemento armato di una fabbrica dismessa, Met scopre il cadavere di un ragazzo, probabilmente un suo coetaneo. Potrebbe fare il salto di qualità, rendersi utile e chiamare la polizia, un’ottava sola in un balzo. Non lo fa. Invece questa scoperta modifica di botto la sua vita. Domande su domande si sommano una sopra l’altra e nessuna ha risposta. Chi era? Lo conosceva? E chi l’ha ucciso? Forse gli stessi gay che dentro al Rottame si cercano e si trovano ogni notte, tra i corridoi e gli anfratti bui? Anche loro fanno un salto d’ottava in un sol colpo. Di giorno in un modo, di notte in un altro. Indistinguibili tra la gente, con l’oscurità cercano il buio per essere quello che sono. Su due piani temporali paralleli, ventiquattro ore scorrono all’unisono sia per l’uomo che per il ragazzo. Due note uguali separate da un salto d’ottava. L’uomo cerca negli altri le risposte che lui stesso non vuole sentire. Cerca cambiamenti, ma non li vuole veramente. Il ragazzo cerca la vita, l’esperimenta sopra la sua pelle per mezzo di qualsiasi escamotage: la droga, il sesso, il denaro facile, l’inutile padre che non dà affetto ma garantisce il sostentamento. Ha bisogno di tornare da quel corpo morto, vuole toccarlo, sentirne morbosamente la consistenza. Vuol fare questo a tutti i costi e non sa nemmeno il perché. Il suono delle loro due note, separate da un intervallo, si spegne lentamente al ritorno dell’uomo e del ragazzo al Rottame, nella stanza del cadavere, nel posto dove Met-Matteo ha deciso di conservarlo…
In un tempo breve, poco più che centodieci pagine, il gioco perverso a vivere di Matteo adolescente e Matteo adulto salta come una puntina difettosa sul vinile che gira. E la musica ha uno scatto, magari non precisamente d’ottava, però il balzo può essere in avanti o all’indietro. Disorientante. Faticoso e un po’ laborioso è seguirne il percorso, però la forza del racconto sta nello stile metropolitano e poetico allo stesso tempo. Alcune riflessioni, soprattutto quelle dedicate all’uomo adulto, al produttore cinematografico smarrito tra i due Io che non l’hanno mai abbandonato, regalano momenti intensi e illuminanti. Non sempre e non dappertutto. Più che la ricerca di un senso noir, che sfugge tra le anomalie cerebrali dei due protagonisti, bisogna prestare attenzione ai loro ragionamenti, alle loro non-decisioni, che scandiscono un tempo sincopato, producendo una stessa nota ma con due diverse vibrazioni. Quella acuta del ragazzo si sbreccia nella beatitudine dell’acido, nella galvanizzazione perfetta della droga, nel sesso allucinato, corporale e non cerebrale. Quella greve dell’uomo si smorza e si perde tra le altre note di prostitute sagge, sapienti nell’evidenziare la bassezza degli uomini, senza bisogno di chiedere consigli all’analista. La sensazione è che dietro la cupa storia di un ragazzo morto con la testa fracassata ci sia la volontà di un’analisi mirata sulla solitudine, sul come gli individui soli agiscano, pensino, soffrano o tentino di soffrire, sul come amino o sperino di amare.