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Salvate dai pesci

Salvate dai pesci

Alessandra associa il suo nome ad Alessandro il Grande. Fadila ha il nome di sua nonna. Il nome Semsa vuol dire “sole”. Monica e Simona dovevano avere altri nomi, ma la loro identità è stata scelta dai padri (e così si riappropriano dell’identità materna con un doppio nome). Donne diverse, di età, origini e cultura con un solo punto in comune: sono tutte state donne detenute presso la Casa Circondariale Femminile di Rebibbia tra l’ottobre del 2022 e il febbraio del 2023. In quei mesi si è svolto il laboratorio di narrazione “Attraverso le storie” condotto da Michela Cesaretti Salvi e realizzato da Ri-scatti ODV. Già nelle primissime pagine incontriamo frammenti di piccole storie, associazioni di idee, sogni, speranze, tenuti insieme dal filo conduttore di una narrazione che ci porta dentro, in quello spazio carcerario che è fin troppo spesso solo immaginato. Assieme a queste frasi, spesso spezzate, troviamo delle sezioni in corsivo che ci permettono di avere un racconto più vivace dell’esperienza carceraria degli operatori, sospesi tra burocrazia e grande libertà sul piano della creatività. Dopo pochi passi entriamo proprio in una delle sezioni del carcere, la “Cellulare”, dove si trova la casetta Koinè, il piccolo casotto prefabbricato in cui si svolgono le attività. Un minuscolo non-luogo in cui le donne detenute hanno modo di seguire corsi di vario tipo e, in alcuni casi, di sognare un avvenire migliore…

Il pregio di questo libro consiste proprio nella sua forma frammentaria, non lineare e nella sua ostinazione nel rifiutarsi di dare risposte. Sono tutte piccole storie nate di getto, quasi sempre in un’unica stesura, con tono, stile e lunghezza molto differenti le une dalle altre. Per quanto possa sembrare curioso, scrivere in carcere è un’impresa veramente ardua (così come la frequentazione assidua a un laboratorio come questo che “scava” così in profondità in persone fragili come le donne detenute). Quindi molti di questi testi sono stati stimolati e hanno visto la luce proprio durante le ore di laboratorio. I temi sono, di conseguenza, estremamente personali: si parla di identità, maternità, ricordi felici, riflessioni sul carcere, animali umanizzati e umani animalizzati e molto altro. Particolarmente toccante la sezione dedicata alle “lettere fuori dal tempo”, quelle missive destinate a persone che non ci sono più o che non leggeranno mai questa corrispondenza mai inviata. Molto frequenti le lettere rivolte alle madri, che ci dicono in modo semplice quanto siano splendide, complicate e dolorose queste relazioni tra queste due eterne complici e rivali: le madri e le figlie. Come in tutte le cose umane, in questo piccolo volumetto c’è anche spazio per la leggerezza e l’umorismo, come nel caso di Francesca che vede il carcere come un “gioco a punti”, in cui “se fai la brava” vai avanti, come uno di quei vecchi videogiochi articolati su più livelli. Come in effetti scrive anche Alessandra, in carcere ci sono solo tre argomenti: si parla di droga, di carcere o si ride. Uno degli aspetti più apprezzabili di questo libro è stata la capacità dei curatori (Mauro Corso, Michela Cesaretti Salvi, Donatella Codonesu e Maria Frega) di fare un passo indietro: lo spazio narrativo è lasciato del tutto alle donne di Rebibbia. Per non lasciare troppo all’immaginazione, è stato realizzato anche un cortometraggio, a cura di Stefano Corso, presidente di Ri-scatti, in cui possiamo vedere le donne del libro e ascoltare le loro voci. Il cortometraggio è disponibile gratuitamente all’indirizzo ri-scatti.it/salvate.