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Sanguina ancora

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Quando Paolo Nori ha quindici anni, nella sua casetta di campagna, si imbatte in Delitto e castigo. Legge quel libro, pubblicato 112 anni prima a 3000 chilometri di distanza, ed è come se lo colpisse una freccia e gli causasse una ferita in grado, dopo tanti anni, di sanguinare ancora. Capisce che Dostoevskij, “ingegnere senza vocazione, traduttore umiliato dai propri editori, genio precoce della letteratura russa – il nuovo Gogol, meglio di Gogol –, aspirante rivoluzionario, miseramente scoperto e condannato a morte, miracolosamente graziato e inviato dieci anni in Siberia a scontare la sua colpa, riammesso nella capitale, giocatore incapace e spiantato, marito innamoratissimo di una stenografa di venticinque anni più giovane di lui, goffo, vecchio fin da quando è giovane, confuso, contraddittorio” è simile a noi e mette per iscritto domande che tutti noi ci facciamo, ma che nessuno ha il coraggio di porre. A duecento anni dalla sua nascita, decide, dunque, di fornire una risposta, cercando di ricostruire da un lato la vita di Dostoevskij con aneddoti senza alcuna pretesa biografica esaustiva, cercando invece da un lato di cogliere gli aspetti umani della vita e delle opere dello scrittore russo, e dall’altro di far emergere quello che la sua scrittura ha suscitato in lui e che ha reso Dostoevskij un fratello per lui, bruciando ogni distanza spaziale e temporale...

Finalista al Premio Campiello 2021, Sanguina ancora è il tentativo che l’autore pone in essere di fornire una risposta a una domanda che è come una ferita aperta, una domanda che lo perseguita da quando era solo un adolescente. Ritrovandosi perfettamente nel personaggio di Raskòl’nikov di Delitto e castigo, che si chiede: “Ma io sono un insetto o sono come Napoleone?”, Paolo Nori comprende che Dostoevskij quando scrive parla proprio di lui e a lui, come solo i grandi autori riescono a fare. Scritto con una prosa scorrevole, lineare, caratterizzata da toni molto spesso sarcastici e ironici specialmente nelle parti autobiografiche, il romanzo approfondisce la vita dello scrittore russo, ma al contempo è una testimonianza di quanto Nori sia stato profondamente cambiato dalla lettura di Dostoevskij, esattamente come un amico è in grado con il proprio incontro di plasmare la vita dell’altro. Ecco, per Nori Dostoevskij è stato ed è esattamente un amico: senza mai mancare di sottolinearne la grandezza, senza eccedere in lodi autoreferenziali ed esaltazioni fini a loro stesse, la cifra stilistica del saggio/memoir è proprio rappresentata dal tono “amicale” con il quale lo scrittore e traduttore di Parma descrive il genio russo, specialmente nei suoi difetti, nelle sue fragilità, nelle domande che affidava ai propri libri, cose che non solo lo hanno avvicinato all’autore da quando ha iniziato a leggerlo, ma soprattutto aiutano noi che ancora lo leggiamo, con le stesse domande che ci frullano in testa. Sanguina ancora quella ferita che Dostoevskij con la sua scrittura, ma soprattutto con la sua umanità, riesce ad aprire ogni volta che ci imbattiamo in uno dei suoi personaggi così profondamente simile a noi. Una ferita che, a distanza di tempo, fortunatamente non si rimargina, ma anzi si allarga ancora di più ad ogni passo, ad ogni pagina, ad ogni pensiero.