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Sapore amaro

Sapore amaro

25 ottobre 1965. Srilakshmi, una sorta di Virginia Woolf del Kerala, si toglie la vita, consumata dall’amore per il suo Markose, il quale durante la cerimonia funebre trafuga l’osso dell’indice della mano destra, riponendolo in un astuccio all’interno di un armadio. Anni dopo, l’armadio viene spostato per errore in un resort gestito da Shyam e sua moglie Radha; qui, un giorno, la piccola Megha con l’intento di trovare rifugio dall’uomo che le ha segnato la vita per sempre, si introduce proprio in quell’armadio, ritrovando la reliquia di Srilaskhmi, simile a un sasso, e portandola via con sé. Di mano in mano, per una serie di fortuite circostanze, il “sasso” arriva ad Urvashi, una giornalista di successo, intrappolata, però, prima nel suo matrimonio eccessivamente perfetto e statico, poi in una relazione clandestina malata con un uomo sposato che non si rassegna all’idea che ella possa aver posto la parola “fine”. Spinta dalla coraggiosa Najma, sfregiata con l’acido da un corteggiatore rifiutato che l’ha privata in una volta sola della propria bellezza e della possibilità di svolgere il lavoro da insegnante, per i cui studi lei e sua madre avevano profuso grandi sacrifici, Urvashi cerca protezione nel resort, dove incontra altre donne con cui sembra condividere la stessa sorte e, per il loro tramite, Srilakshmi ha l’opportunità di non essere ridotta a uno spettro di se stessa…

L’autrice di Cuccette per signora in questo libro approfondisce la condizione delle donne in India, dalla discriminazione sul luogo di lavoro, alle violenze fisiche e ai soprusi cui sono sottoposte. La Nair, come nelle sue precedenti opere, ha il pregio di cogliere la complessità della realtà e le sue sfumature, addentrando il lettore nella cultura indiana, descritta nei minimi particolari, dai luoghi al vestiario e al cibo. Sfruttando l’idea della reincarnazione della scrittrice morta suicida sessant’anni prima, è chiara la sua intenzione di porre in evidenza che, nonostante il lasso di tempo trascorso, non sono mutate le condizioni per le donne. Difatti, se a logorare la povera Srilaskhmi, oltre l’abbandono da parte del proprio amato, c’erano stati i pettegolezzi, le occhiatacce malevole dei colleghi e i biasimi della propria famiglia, nel periodo in cui si svolge la storia il risultato non è cambiato, solo che l’inflizione di umiliazione e tormenti è conseguita attraverso il potente uso dei social network o di Tinder o del telefono. Sebbene il tema sia uno di quelli che si tratta frequentemente, la Nair non è banale e con la sua sensibilità riesce con un linguaggio diretto e crudo a incidere su chi legge; tuttavia, per quanto inizialmente la struttura narrativa che lega Srilaskhmi, Urvashi, Najma e Megha appaia solida e l’intreccio ben delineato, progressivamente sfuma fino all’incompiutezza, a causa dell’incremento dei personaggi e delle voci narranti che si moltiplicano: alcune non si amalgamano, altre non riescono a spiccare, come sarebbe potuto capitare magari optando, ad esempio, per una raccolta di racconti, e, infine, di altre ancora è difficile individuare quale sia il legame con la narrazione e che cosa abbiano da dire. Ne deriva un quadro di donne schiacciate dagli uomini incontrati sulla propria strada o dalle aspettative che la comunità ripone in loro in qualità di donne, meramente abbozzato, sommario e manchevole, in quanto, anche laddove vi sono gli esempi di ribellione e di riscatto a questa situazione, come nel caso di Urvashi che è risoluta a tagliare i ponti con il suo stalker o di Najma che decide di non nascondere dietro il burqa il senso di vergogna che solo il suo aggressore dovrebbe provare, alla fine non emerge alcun messaggio, se non una profonda rassegnazione e sensazione di essere gettate vie, esattamente come l’armadio di cui i proprietari si disfano nella conclusione della storia.