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Sarajevo Novantadue

Sarajevo Novantadue

Milo ha tutti i sogni che l’età, l’adolescenza e la stagione, la primavera, rendono possibili. Incontrare lei al fiume, magari baciarla, un giorno. Continuare a parare ogni tiro in porta degli avversari e magari diventare un portiere professionale, un giorno. Senza trascurare gli studi, però, specialmente le lezioni di storia del Prof. Simo Zimanovic che sono così interessanti. E anche se il padre, Hasan, percepisce nell’aria quanto sta per accadere e suggerisce al figlio di immaginarsi un futuro lontano da lì, Milo sa che la sua città è Sarajevo. Ma la storia – a nome anno 1992 – e la geografia – a nome Sarajevo città – tradiscono sia l’età e la primavera e sabotano tutti i sogni di Milo. Già dai primi giorni di aprile, poco più di un mese dopo il Referendum sull’indipendenza della Bosnia ed Erzegovina e la dichiarazione di Izetbegovic, in città la normalità di una primavera che scioglie i cuori e le membra dei ragazzi si trasforma rapidamente in un inverno di angoscia, di caduti per le strade e di assedio. Nei villaggi e nelle cittadine intorno, per esempio a Bijeljina dove Hasan si reca per un servizio giornalistico, prendono il via le violente scorrerie delle bande di Arkan. Tutto cambia. Hasan tornerà da quell’orrore profondamente cambiato, lascerà il giornale e anche il suo ruolo di padre. Lei sarà già partita con uno degli ultimi aerei. Il Professor Zimanovic avrà lasciato incompiuto quel romanzo storico che aveva abbozzato. Gli allenamenti di calcio dovranno interrompersi. L’idea di lasciare Sarajevo potrebbe allora diventare concreta…

Sono passati trentuno anni dall’inizio dell’assedio di Sarajevo, che durò per quattro anni e portò alla carneficina di 12.000 vittime, quasi tutte civili. Bruciò la Biblioteca di Sarejevo con la sua incredibile raccolta di testi, testimoni di un passato di convivenza e confluenza di culture. Dilaniata dalle retoriche nazionaliste e dall’inettitudine delle istituzioni internazionali, Sarajevo diveniva il nome contemporaneo dell’assedio, dopo Troia, dopo Leningrado. Vaggi ci porta nei giorni iniziali di questa lunga tragedia. Nei momenti in cui la normalità inspiegabilmente si trasforma nell’assurdo, dove esplodono le faglie etniche e l’equilibrio che aveva tenuto in piedi quel miracolo urbano chiamato Sarajevo improvvisamente crolla. A ritmo lento dello scorrere della Miljacka sotto i ponti, si associa lo schiocco delle artiglierie, il cinguettio lugubre e ritmico dei cecchini. Al verde delle piazze e dei viali, i cui alberi diventano legna preziosa da ardere, si sostituisce il grigio di una nebbia fitta, che fa perdere di vista l’umanità. Agli amori consumati sotto i ponti, si sostituiscono quelli spenti sopra ai ponti, come quello di Admira (musulmana) e Bosko (serbo) uccisi insieme sul ponte di Vrbanja. Il passo narrativo è lento, riflessivo, a volte gravato da una certa verbosità. Un filone narrativo parallelo che ci conduce alla Sarajevo del XVI secolo e alla costruzione della Moschea del Gazi Husrev, sembra rimanere sospeso e irrisolto. Ma la storia di Milo, della sua primavera spenta dall’irrompere tragico della storia, rimane impressa e aiuta ad alimentare la memoria su quella che è forse l’ultima tragica pagina del lungo Novecento.