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Sata

Sata

Un pellegrino sta per mettersi in cammino da Capo Soya, l’estremità settentrionale del Giappone. La stagione delle piogge sta giungendo al termine e l’isola di Hokkaido è molto calda. È la sera del 29 giugno e Alan sta sostando in una minshuku, una pensione, quando ripensa all’ultima sera passata a Tokyo prima della partenza: era fuori con amici, uno di loro gli ha suggerito di contare i passi del suo cammino, perché nessuno ha mai contato i passi da Capo Soya a Capo Sata, le due estremità del Giappone. La meta del primo giorno di cammino è la città di Numakawa e Alan ci arriva già molto stanco. Il proprietario del ryokan in cui alloggia è anche il maestro della scuola elementare e lo convince, il giorno seguente, a raccontare la sua storia alla sua classe. Il secondo giorno di cammino, dunque, prima di lasciare la città, Alan si reca alla scuola, dove viene assalito dalle tante domande dei bambini, che si chiedono come sia possibile che un uomo decida di percorrere a piedi tutto il Giappone. Dopo una breve gara a chi riusciva a sollevare il suo zaino, il pellegrino può finalmente ripartire. Prossima tappa: Toyotomi. L’arrivo nella nuova località si accompagna a uno spiacevole inconveniente: il dolore ai piedi…

Scritto nel 1985 e pubblicato ora per la prima volta in Italia, Sata. In cammino per perdersi e ritrovarsi sulle vie meno battute del Giappone narra il viaggio che Alan Booth ha intrapreso nel Paese nipponico, dall’estremità più a nord a quella più a sud, nel 1977. Centoventotto giorni di cammino e più di 3000 chilometri. L’autore inglese racconta per filo e per segno il percorso, in un misto di reportage e diario di viaggio. A primo impatto l’idea è che sia un prodotto editoriale un po’ di nicchia, dedicato agli appassionati della cultura nipponica o agli escursionisti. In realtà le vicende sono estremamente romanzate e questo apre alla possibilità di un pubblico di lettori ampio e variegato, anche in considerazione del grande interesse degli ultimi anni per la cosiddetta “viandanza”. Non c’è bisogno di conoscere già elementi della cultura giapponese, perché Booth li mette nero su bianco con una semplicità che conquista. Non è necessario nemmeno essere stati in Giappone per potersi immaginare gli scenari, perché l’autore, con maestria e eleganza, disegna una geografia puntale delle quattro isole che attraversa, una geografia fatta per lo più di colori e odori. Ecco, da lettrice quasi a digiuno di cultura nipponica, l’elemento che davvero ho potuto apprezzare sono proprio le descrizioni dei luoghi: pulite, essenziali, quasi cinematografiche.