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Schiaffeggiandomi rido

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Antonio Sottili, 54 anni, gestisce la piccola libreria nel centro di Firenze della quale è proprietario. Molto attento all’abbigliamento classico e leggermente demodé, sembra convivere bene con la sua età. Almeno fino al giorno in cui, tornato a casa, sua moglie Vittoria gli domanda: “Non ti sei accorto di niente?”. Antonio annaspa e prende tempo – Pettinatura? Parrucchiere? Il vestito? – sembra il preludio a uno di quei tanti litigi gratuiti. La risposta arriva da Vittoria stessa, cavandolo dall’impaccio: “Non mi vengono più le mestruazioni”. Menopausa. “Sì Antonio, stai con una vecchia”. Il giorno seguente, mentre Antonio rovista tra i suoi scaffali in cerca di un testo che lo renda edotto sul climaterio, una ragazza entra nella bottega. È Giorgia, la studentessa che il suo cliente professor Colonna gli ha raccomandato per poter effettuare una ricerca scolastica presso la sua libreria. Deve elaborare una simulazione di business plan dopo averne inquadrato i flussi commerciali. Ci vorranno quindi un paio di settimane da passare gomito a gomito. Tornato a casa ancora incerto su come impostare il rapporto con Giorgia, Antonio tenta un approccio sessuale con la moglie, che lo respinge. Il giorno seguente, quando Giorgia arriva in negozio, i due decidono di darsi del “tu”. Si guardano intensamente, la ragazza sorride. “L’ho guardata negli occhi per qualche secondo. Ho avuto l’impressione che avrei potuto continuare a fissarla negli occhi molto più a lungo: me lo avrebbe concesso”…

Indovinate un po’ il prosieguo? Esatto. Ecco, quanto sopra esposto è già il simpatico “buongiorno” pieno di premesse che sarebbe fin troppo lungo commentare. Diciamo che il seguito rappresenta il campionario di quelle vecchie banalità che speravamo esserci lasciati alle spalle. Il resto racconta, attraverso il diario del protagonista, le vicende che fanno turbinare una vita apparentemente stabile. In pratica il diario di un erotomane represso. Noioso e scontato. Per l’ennesima volta dobbiamo registrare che sesso ed erotismo difficilmente rendono stimolante la lettura. Il più delle volte non funzionano, sono estenuanti, le parole a disposizione sono poche, suonano false e forzate, ben che vada raggiungono le vette di un esemplare della collana Red Harmony, quelli con la fascetta rossa. Le situazioni idem. Avete presente l’inconsistenza dei film “erotici”? Il pensiero dell’autore è sempre rivolto al sesso, ma per accreditarsi come cineasta deve nobilitare il girato con scene evocative, allegoriche, alte, inutili. Nelle pagine di Schiaffeggiandomi rido ci si prova con le tante citazioni di testi letterari. Che si produca un pornazzo e festa finita. Sì, perché di situazioni improbabili, di quelle che per convenzione accettiamo di buon grado in un porno o nel comico pecoreccio della banda Buzzanca, Vitali, Banfi, Fenech, Cassini, questo romanzo è costellato. E di banalità anche: la moglie forastica e la studentessa che arriva, si tira su la maglietta “Vedi? Sono piena di difetti, vorrei la pancia più piatta”, lascia cadere un libro, si china chiappe all’aria “Oh! Che sbadatella...”, tipo quei film anni ‘70. Il seguito scontato e anche fastidioso per l’impianto ideologico con il quale viene declinato è già infelicemente annunciato a pagina 15. “Tutto il resto è noia” avrebbe commentato il Prévert del Trionfale – che di certe cose peraltro se ne intendeva. Il protagonista nel quale Walter Scarpi pretenderebbe di farci immedesimare è sostanzialmente un immaturo di 54 anni che si sente un gran figo ma che ancora non ha messo a punto un’auto-percezione centrata. Ergo, non suscita la benché minima empatia. Appare piuttosto un cretino molto preso da sé stesso, di un narcisismo infantile, incapace di smontare con una pacca sulla spalla una ventenne che fa la “sciocchina”. Non viene preso minimamente in considerazione il fatto che una ventenne abbia tutto il diritto di essere sciocchina, sicuramente più di un ultracinquantenne che potrebbe tranquillamente scoraggiare certi eventuali comportamenti con un sorriso di bonaria comprensione e passare ad altro. No, la comoda posizione è quella del maschio che non ha alcuna intenzione di diventare Uomo: “ha fatto tutto lei”, o peggio: “m’ha provocato”. Cosa che si dovrebbe tradurre in “sono un decerebrato dai riflessi condizionati”. Un altro dettaglio per inquadrare il nostro eroe: la sua donna ideale sarebbe una Signora elegante, sua cliente affezionata che “purtroppo” ha qualche anno più di lui. Che disdetta. Invece la pischella che ne ha 24 di meno va benissimo. Continuiamo così, facciamoci del male. E il clamoroso autogol davanti alla Curva arriva a pag. 72 quando assistiamo divertiti a una discettazione sulla letteratura erotica: “Parlare di sesso è difficile (…) usare soltanto le parole e sperare di risultare interessanti è un’impresa disperata”. Ah, quindi c’era da tenerne conto. Ma insiste: “Un gigante come Boccaccio (…) per descrivere materialmente l’azione e la qualità del piacere che ne deriva se la sbriga in quattro parole. Se a raccontare quell’atto elementare non ci riescono i giganti va ancora peggio agli uomini comuni”. In cosa c’era da confidare dunque? “Perfino come lettore ho trovato pochissime pagine valide”. E come scrittore? Avere definito “magnifica ossessione” (molto originale) la situazione del protagonista aggiunge forse qualcosa? Il bello è che Antonio (il protagonista, è suo il diario che leggiamo) è convinto di non parlare di sesso ma di erotismo, ancorato all’idea di qualche secolo fa in base alla quale c’è sesso solo se c’è penetrazione. E allora m’arrendo. In sintesi Antonio Sottili (sempre del protagonista parliamo) è un ultracinquantenne che evidentemente ha trascorso più di mezzo secolo coltivando fantasie represse e deve aver combinato veramente pochino. Sembra anche soffrire di un basso grado di consapevolezza. Per cui leggere il suo diario non è di alcun interesse.