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Schiava della libertà

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Spiaggia di Jibacoa, Cuba, 1856. L’undicenne Kaweka è stata catturata insieme alla sorella minore Daye nel suo villaggio in Africa durante una delle tante guerre tribali. Dopo essere stati ammucchiati nella stiva di un clipper durante un viaggio durato circa tre mesi, i giovani prigionieri africani hanno raggiunto la costa cubana. La schiavitù è ormai stata abolita nel Vecchio Continente, ma la Spagna continua ad aggirare le leggi e a sfuggire le navi britanniche che pattugliano l’oceano, portando illegalmente manodopera nera da sfruttare negli ingenios delle colonie, grazie anche alla corruzione delle autorità. Kaweka non sa nulla di cosa la aspetta in quel nuovo Paese di cui ignora il nome e la lingua, ma comprende ben presto che non è nulla di positivo. Durante la traversata dell’oceano, infatti, ha continuato a tenere stretto il corpo senza vita della sorellina per ritardare quanto più possibile il momento in cui gli spagnoli lo avrebbero gettato in pasto ai pescecani. Una volta sbarcati, i futuri schiavi vengono stipati in un ingenio provvisorio prima di procedere alla loro vendita. Ed è proprio in quella specie di deposito di disperati che, per un capriccio del caso, Kaweka diventa proprietà di Juan José marchese di Santadoma, da cui riceverà il nome di María Regla, segnando di fatto il destino suo e di tanti altri fratelli di schiavitù… Madrid, maggio 2017. Nel corso dei suoi ventotto anni María Regla Blasco, Lita per gli amici, è stata chiamata in tutti i modi (dispregiativi) possibili per definire il colore della sua pelle. Al classico “moretta” lei è sempre pronta a ribattere con un secco “mulatta, cazzo!”, orgogliosa delle sue origini afrocubane. Sua madre, Concepción, serve come domestica nell’elegante casa dei marchesi Santadoma praticamente da quando era ancora in fasce, proprio come sua nonna e la sua bisnonna hanno fatto prima di lei. Lita sa benissimo che è solo grazie alla “generosità” dei marchesi, come peraltro non mancano mai di ricordarle, se ha potuto conseguire addirittura un master in commercio internazionale dopo la laurea in economia. Nessuno sembra mai prendere in considerazione le sue capacità, viste le sue umili origini. È sempre grazie ai Santadoma, poi, se ora lavora presso la sede centrale della banca di famiglia. Quello che Lita ancora non sa, però, è che tutte le ricchezze dei marchesi sono state guadagnate grazie al sangue di generazioni di schiavi neri, una dei quali sua diretta discendente...

Ildefonso Falcones, autore spagnolo di alcuni tra i più famosi bestseller dell’ultimo decennio tra cui La mano di Fatima e La Cattedrale del mare, non delude mai. Nemmeno quando decide di uscire leggermente dalla sua comfort zone dei romanzi storici per avventurarsi in tempi decisamente più moderni. Schiava della libertà, infatti, è il primo romanzo dell’autore in cui i protagonisti vivono nell’epoca contemporanea, senza comunque abbandonare del tutto la parte storica, presente grazie ai flashback nella Cuba schiavista della fine del diciannovesimo secolo. Ed è proprio l’alternarsi di epoche che rende ancora più interessante questo romanzo, in cui si intrecciano le storie delle due donne protagoniste, legate da un filo indissolubile. Sebbene Kaweka possa inizialmente ricordare Caridad, ex schiava afrocubana protagonista de La regina scalza, altra meraviglia sfornata da Falcones nel 2014, si comprende ben presto quanto il suo sia un personaggio unico. La semplice forza di volontà che dimostra fin dalle prime pagine si trasforma ben presto una forza sovrannaturale, che la guiderà fino a renderla protagonista di alcuni fondamentali eventi della Storia di Cuba. Lita, parallelamente, scopre tardi e quasi per caso la causa per cui lottare. Ben presto, comunque, gli intenti di entrambe le donne coincideranno per correre in parallelo in un affascinante tragitto che trascende lo spazio e il tempo. Questo di Falcones è un romanzo appassionante e vivo, che contiene un chiaro messaggio politico e sociale relativo alla lotta contro la schiavitù e qualsiasi forma di razzismo. L’ambientazione nella Cuba di fine Ottocento o in Spagna non deve in nessun modo renderci disinteressati all’argomento: forme di schiavitù più o meno legalizzata sono presenti, ed evidenti, ovunque (basta ordinare una semplice pizza a domicilio per averne la prova). Ed è proprio leggendo le più di cinquecento pagine che compongo il libro che si ha tutto il tempo per riflettere sui temi trattati e, magari, decidere di voler portare avanti la lotta di Kaweka e Lita.