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A schiovere – Vocabolario napoletano di effetti personali

A schiovere – Vocabolario napoletano di effetti personali

“Il napoletano è un utensile impugnato a mano nuda. Non sta sulla punta della lingua ma nel palmo”: quando scritto manca di quella gestualità necessaria a orientare il significato in un senso o in un altro, ma quest’opera racconta effetti personali di un dialetto che resiste, “carico di salsedine” e porta in sé l’infanzia e i ricordi. ‘A copp’ abbascio è un’espressione che indica l’atto di cadere… All’intrasatto indica qualcosa che accade all’improvviso, e i napoletani sono abituati a far fronte a ciò che succede senza preavviso, vivono all’erta… Allucco non ha traduzione precisa in italiano, dove significa strillo ma non è abbastanza. Tra i balconi, alle finestre o giù in strada, o tra bambini, risuonano i decibel di Napoli, città rumorosa, “acustica”... Ammappuciato è qualcosa di stropicciato e ritirato disordinatamente nell’armadio: “Napoli è ammappuciata con stile”, l’aria vissuta, sorridente tra le rughe… Artéteca ce l’ha chi non può stare fermo, chi è irrequieto, è l’immagine in pubblico del napoletano che visto da vicino è invece lento e flemmatico. Esempio su tutti il movimento dei disoccupati organizzati negli anni Settanta… Calamaro a dispetto del termine non è il mollusco, ma la boccetta d’inchiostro che a scuola negli anni Cinquanta campeggiava sui banchi per insegnare agli scolari a non macchiare il foglio con la goccia… A schiovere cadono certi acquazzoni sferzati dal vento, di traverso, di sghimbescio, ma è anche un modo di parlare fuori tema o il modo che l’autore ha di raccontare le storie, come gli vengono, seguendo l’istinto dei ricordi…

Centouno voci in ordine alfabetico, proprio come un vocabolario, come recita il sottotitolo, però A schiovere un vocabolario non è, perché ogni vocabolo è una storia: non è un dizionario lineare e rigoroso, ma una raccolta di aneddoti, curiosità, vita vissuta, con una spiegazione dal connotato più emozionale che tecnico, e da cui l’amore di Erri De Luca per la sua terra emerge prepotente. Composto di capitoli brevissimi (due pagine) ognuno dedicato a una diversa parola o espressione del dialetto napoletano – disse in un’intervista: “i detti popolari hanno spesso ragione” – cita canzoni, film e poesie della tradizione partenopea, tanti modi di dire, cenni storici, proverbi, espressioni dialettali a dare forza alla spiegazione, quando l’Italiano non basta e il dialetto viene in aiuto (“Io con me stesso parlo in napoletano”), parole in disuso rinvigorite dai ricordi affettuosi dell’autore. Qua e là alcuni disegni semplici, tratteggiati a matita in bianco e nero ma efficaci, incisivi e curati, così come la caffettiera napoletana sulla copertina azzurra, essenziale ma d’effetto: tavole di Andrea Serio, illustratore e fumettista che aveva già collaborato con De Luca. Un’opera che racconta gli “affetti” più che gli effetti, un dizionario dei sentimenti, di lessico intimo ed emozioni, fatto di annotazioni sparse ed elementi autobiografici. Ha un ché di poetico e musicale: De Luca padroneggia sapientemente parole, figure retoriche e sintassi e riesce a raccontare molto in poche righe, regalando immagini ricche di significato e di grande potenza evocativa perché come l’autore stesso ha detto in un’intervista: “Le mie storie provengono tutte dalla vita svolta, non invento personaggi, racconto persone, perciò mi riguarda la loro vicenda mischiata alla mia”... Un libro da assaporare, centellinare, sfogliare, un libro che è un viaggio nello spazio e nel tempo, melodico e musicale come Napoli e il suo dialetto sanno essere.