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Sciamadda

Sciamadda

Genova, primi anni del Novecento. I genitori di Clelia la abbandonano all’improvviso per cercare fortuna altrove, lasciandola nella grande casa della zia Elena. Nel giro di qualche minuto la vita della bambina dalla testa rossiccia viene sconvolta senza grandi spiegazioni. Clelia scappa, cercando di rincorrere la propria famiglia verso il porto da cui partiranno, ma vede tante navi allontanarsi e insieme a loro se ne va il suo sorriso. Durante la fuga succede però un incidente che cambierà tutto: per divincolarsi dalla zia Elena, Clelia si appende letteralmente al suo collo, strappandole la collana e spargendo ovunque quelle grosse perle nere che portava al collo. L’anziana barbona che incontra durante la sua fuga, mentre le sue lacrime scorrono, la stessa donna da cui tutti l’avevano messa in guardia, la segna con una frase lapidaria: tornerà tutto al suo posto solo se anche la collana tornerà intera...

“Sciamadda” in genovese vuol dire “fiammata”. “Sciamadda” è il soprannome di Clelia, per via dei suoi capelli rossi. È anche il titolo che Antonella Botti usa per il suo romanzo, un titolo che si integra perfettamente con una copertina rosso fuoco, in cui scorgiamo la figura di una ragazzina, Clelia, con in mano la collana di perle che, come vuole la sua forma, funge da filo conduttore del romanzo. In lontananza una nave, di fianco a Clelia un’ombra, che sembra più grande, quella di un’adulta. La collana di pelle, oltre a essere un “oggetto di scena” delle sedute di Emila, è anche tante altre cose. È un segno, è un simbolo, è un legame, in più forme, è un’emozione. Attraverso la collana Clelia scoprirà il valore dell’amore, si aprirà alla realtà, creerà legami e relazioni. È proprio l’ultima perla, quella mancante, a guidarci fino alla fine e a scoprire, come togliendo dei veli, le fragilità umane, la necessità di trovare delle spiegazioni e un motivo per andare avanti. Alla ricerca della perla perduta.