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Scoop – La banda degli incappucciati tra Piacenza e bassa Lombardia

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È il 31 ottobre del 1995: Antonio è un cronista di Nera di quelli di provincia. Quelli di una volta, che, ora quasi spariti dopo l’avvento di Internet, abbondavano invece ancora negli anni Ottanta e Novanta e sapevano procacciarsi davvero le notizie sporcandosi le mani, rischiando a volte in proprio e tessendo rapporti diplomatici - irti di potenziali discussioni, attraverso frequenti “do ut des” - con gli esponenti delle forze dell’ordine incaricate di indagare sui casi. Una sera, prendendo un caffè al bar vicino casa sua, nella cittadina di Borgonovo, in provincia di Piacenza, Antonio quasi litiga con la barista, secondo la quale lui si sbottona troppo poco sul caso delle violenze sessuali seriali che stanno prendendo di mira la provincia suddetta in modo sempre più ripetuto: in realtà Antonio ne sa pochissimo, è proprio la barista a saperne ben di più, e, sia pure non del tutto, il cronista riesce a farla accennare a quanto è a sua conoscenza: si tratta di circostanze rivelatele da un’amica intima di una delle vittime. Il modus operandi della banda è sempre lo stesso, come intuisce Antonio dopo essersi procurato informazioni anche altrove (ha infatti scoperto che il caso narratogli dalla barista è già il terzo nel lodigiano, il quarto se si considera che c’è stata anche una ragazza riuscita a fuggire all’ultimo momento): c’è una banda presumibilmente di quattro individui che si incappucciano per non farsi riconoscere e, dopo aver opportunamente piantonato discoteche e locali notturni, “puntano” vittime precise, ponendo la propria auto di traverso rispetto alle vetture guidate dalle sfortunate prescelte e costringendole a fermarsi, per poi caricarle nella loro auto con la forza e proseguire con le violenze. Da questo momento, parlando con alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine che di solito lo aiutano con confidenze inerenti i fatti di cronaca, e sfruttando lo choc che desta in loro la quantità di dettagli che il cronista è già riuscito ad apprendere e che sarebbero dovuti invece restare coperti, almeno momentaneamente, da segreto istruttorio, in meno di 24 ore Antonio è pronto ad andare in stampa. Ma, appunto, il rischio che le indagini preliminari vadano completamente a monte fa sì che questa sua intenzione, quella di pubblicare di lì a poco uno scoop sensazionale per tutta la bassa Lombarda, la notizia più importante e di maggior risonanza nella sua carriera, venga osteggiata, fino al ricatto, proprio dai suoi consueti “alleati” tra Polizia e Carabinieri. Uscire lo stesso, con o senza nome in fondo all’articolo, o non uscire affatto e aspettare che di lì a pochissimo qualcuno gli rubi lo scoop definitivamente?

Ermanno Mariani è un noto giornalista di cronaca, di carriera ultratrentennale, noto per alcuni saggi, anche storici come Piacenza liberata (sulla Repubblica di Salò), che ha venduto piuttosto bene. Il presente libriccino, molto breve anche perché le 80 pagine di cui si compone sono per giunta di piccolo formato, era incluso nella raccolta Cronisti di provincia, edita da ultimo da Filios editore nel 2012, e già da Pontegobbo nel 1997. In questo lavoro, con una scelta che per il grande pubblico potrebbe non essere quella più azzeccata – ma forse è invece quella più coerente col senso programmato dell’operazione – il vero protagonista non è certo la violenza, lo squallore, il dramma, la brutalità psico/fisica suscitata dalle vicende di cronaca al centro della storia: esse vengono anzi soltanto accennate, restano sullo sfondo salvo che per alcuni infrequenti commenti dei protagonisti. A fare la parte del leone è, invece, la descrizione della professione giornalistica, delle difficoltà che si incontrano sul campo e “fuori”, ossia nel mediare con le forze dell’ordine allo scopo di carpire, nei limiti della legittimità giuridica e giudiziaria, ogni possibile fonte, ogni possibile dettaglio; e, probabilmente, vista l’epoca in cui il saggio esce, distante più di due decenni dai fatti raccontati, si è inteso avere di mira anche un raffronto tra un certo modo ormai definitivamente tramontato di fare giornalismo e l’era di internet, in cui ci sono, forse, ancora alcuni giornalisti seri e capaci, ma pur sempre appoggiati interamente alle notizie riportate dall’Ansa o altre agenzie, e che non vanno perciò sul campo a procurarsele, a respirare l’aria della scena del crimine. È nel modo ironico, arguto, sagace, salace ed anche un po’melanconico di dipingere questo contesto, che il libro - dunque forse non per tutti i palati - trova la sua principale ragion d’essere.