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Screwjack

Screwjack

Continental Hotel, Los Angeles, 16 febbraio 1969. È l’una del mattino, l’articolo sui piloti collaudatori della Edwards Air Force Base langue composto solo per metà dentro la macchina da scrivere, e Hunter sente la paura dell’astinenza attanagliarli il cervello. Ancora mezzo sbronzo, imbottito di marijuana e acidi, non riesce a proseguire. “Mai mettersi a scrivere sul serio prima delle due o delle tre di notte”, si ripete come monito, mentre fuori quattro figli dei fiori con i pantaloni scampanati fanno l’autostop verso Hollywood. “Che ci fai lassù?” gridano. “Scrivo di voialtri scoppiati laggiù”. Ma è tutto impossibile dentro la stanza. Luminescente fino all’eccesso, il metallo della macchina da scrivere è diventato azzurro brillante. Effetto dell’ultima grossa capsula di mescalina e dexedrina mescolate assieme... L’intera città di Green Bay pare in lutto, dopo che i beniamini Packers le hanno buscate dai Kansas City Chiefs. L’amico attende Hunter sulla soglia della sua roulotte con addosso un vecchio accappatoio di vacchetta e una bottiglia di Wild Turkey. Dovrebbe essere raggiante, perché entrambe hanno scommesso sulla sconfitta dei Packers, ma qualcosa non quadra. L’amico ha le mani tremanti, una bambola gonfiabile che picchia ogni tanto per non pestare la moglie e una confessione da fargli... L’uomo stava tranquillamente battendo a macchina e fumando marijuana quando Screwjack ha ficcato le sue quattro zanne bianche dentro al suo pollice, bucandolo e facendo uscire sangue. Una strana e interessante sensazione, tutto sommato. Di fiducia tradita e della percezione che il momento giusto per decapitare quel maledetto gatto, che ora di nuovo gli fa le fusa, è arrivato. “Mai più”, ha detto la bestiola. Ma è troppo tardi...

A Hunter S. Thompson, scomparso nel 2005, e le cui ceneri sono state sparse in aria con un cannone dall’amico Johnny Depp, si deve la definizione di gonzo journalism, ovverosia quello stile tutto particolare di raccontare una notizia non partendo dai fatti ma dalle esperienze e dalle sensazioni personali suscitate dalla notizia stessa. L’oggettività di una notizia la rende impersonale, non solo fredda ma anche slegata dalla sua stessa natura e significato. Secondo Thompson, non si può essere oggettivi su certi politici corrotti, ad esempio, o su certi fatti la cui analisi necessita anche della descrizione delle manifestazioni che quella notizia ha causato. Di certo la narrazione di Thompson, in questi tre brevi e spiazzanti racconti, risulta distorta e tagliata dalle droghe e dall’alcool ronzanti nel cervello dello scrittore. E questo è il suo stile. Brevi apocalissi personali che deflagrano nelle poche pagine pubblicate per la prima volta nel 1991 in una tiratura limitatissima. Uno stile che, come si suol dire, o si ama o si odia e che di certo in quei disturbati e disturbanti anni Novanta trovava il terreno adatto per mettere radici. Non a caso è del 1998 la trasposizione cinematografica del suo romanzo Paura e disgusto a Las Vegas, con protagonisti proprio l’amico Johnny Depp e Benicio Del Toro. Peccato che nella traduzione italiana quel “disgusto”, loathing, si sia trasformato in “delirio”. Oggi, in verità lo stile appare un poco stonato e persino nostalgico nel suo volersi spingere in un altrove contaminato dagli acidi e qualche dubbio emerge sulla traduzione di alcuni passaggi.