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Scrivimi molto e a lungo

Scrivimi molto e a lungo
Durante la Seconda Guerra mondiale il fascismo promuove la figura della madrina di guerra, una sorta di dama di carità per corrispondenza con cui i soldati impegnati sui vari fronti possono scambiare lettere. Quando il regime scopre che le corrispondenze possono diventare veicolo di propaganda disfattista e sconfessare gli entusiastici (e falsi) bollettini di guerra che danno il nostro Paese vittorioso sui vari campi di battaglia, la figura della madrina comincia ad essere osteggiata. Franco, impegnato sul fronte libico, riceve una lettera inaspettata da Anna, che lo informa di essere la sua madrina. Dopo un inizio brusco ed il sospetto che dietro quella A puntata si nasconda la fellonia di un uomo in vena di scherzi, la loro corrispondenza decolla. Se Franco fosse rimasto al fronte probabilmente anche la loro corrispondenza ne avrebbe risentito, ma viene preso prigioniero dagli inglesi e tradotto in un campo di concentramento in India. I due così continuano a scriversi ininterrottamente dal 1940 alla fine del 1946, nonostante le consegne a singhiozzo, nonostante la censura, nonostante gran parte delle lettere si smarrisca per strada. Eppure, a scapito di tutto, tra quelle righe spedite e ricevute ci sono i germi indefinibili di un amore che attenderà Franco ed Anna ai piedi di un piroscafo. E sarà indissolubile. …
Scrivimi molto e a lungo non è solo uno scambio epistolare tra una madrina ed un prigioniero di guerra: è una chiave di accesso a questi due mondi così specifici che si sono incontrati nel delirio del conflitto. Quello delle madrine di guerra - di cui la storiografia è avara di notizie - dedite ad infondere coraggio agli uomini al fronte e quello dei prigionieri di guerra, le cui vicende erano ritenute collaterali alle circostanze preponderanti degli ultimi schizofrenici segmenti della guerra. A Franco, prigioniero degli inglesi, tornato a casa dopo solo un anno dalla fine delle ostilità (1946), è andata meglio rispetto ad altri commilitoni prigionieri dei sovietici, tradotti nel gelo infernale siberiano, rilasciati, laddove siano sopravvissuti, a distanza di anni (1954). Il tono delle lettere ci restituisce il carattere di Franco ed Anna: lui rude, schietto, spesso rozzo ma ironico ed onesto nel raccontare la vita da prigioniero e nell’illustrarle il suo modo di vedere le cose; lei più compassata, spesso noiosa, ripetitiva, compunta e talvolta retorica come si conveniva a certi manierismi dell’epoca, ma abbastanza pratica nella sua visione della vita. E ci restituisce anche un crescendo di intimità, di confidenza ed il confronto tra due personalità forti, per certi versi affini, addirittura alternative per alcune opinioni di costume e morale. Come in crescendo sono le lettere così è un po’ anche la sorte di questa raccolta che però, a mio avviso, manca di qualcosa. Una postfazione, per esempio, che ci racconti il dopo (appena sfiorato nelle note introduttive), una breve e conclusiva ricostruzione dei fatti dopo la liberazione di Franco e quindi l’incontro tante volte anelato con Anna nelle lettere. Ci resta un po’ di amaro in bocca, come il sapore di una cosa incompiuta, della quale avremmo voluto sapere tanto di più.