Mira sussulta trafitta dal dolore. Sona Falstaff, l’infermiera anglo indiana del turno di notte che le è stata assegnata per via del suo buon inglese, le appoggia il palmo sulla fronte bollente. Prende una delle salviette di cotone, la inumidisce con l'acqua e gliela preme sul capo. Quando la donna chiede che cos'è successo al bambino, Sona apre la bocca per risponderle, poi ci ripensa: preferisce andare a chiamare il medico. Mira allora capisce e gli occhi le si riempiono di lacrime. Dice che devono avvertire Paolo – l’artista italiano che le ha insegnato l’arte del ritratto –, e Sona, confusa, si chiede come mai, visto che il marito si chiama Filip. Mira parla con affanno, si lascia sfuggire un gemito e stringe la mano dell’infermiera con forza: l'effetto della morfina si sta esaurendo, ma mancano ancora due ore alla dose successiva. Sona le applica di nuovo una compressa bagnata sulla pelle e la pittrice le chiede di parlare con lei, di tenerle compagnia. Mira Novak è arrivata al Wadia Hospital intorno alle undici di sera, febbricitante e agitata, le braccia strette intorno al ventre e la parte posteriore della gonna inzuppata di sangue. Il marito che l’ha accompagnata ha detto che la moglie lamentava quei dolori già da qualche giorno e se n'è andato poco dopo. Quando il dottor Holbrook, il chirurgo dell’ospedale, ha finito di curarla, sono stati necessari alcuni punti di sutura e la somministrazione di un'abbondante dose di morfina. Non è stata portata in una struttura ospedaliera più grande a causa del bisogno di una certa discrezione. Ciò nonostante, i pettegolezzi rimbalzano tra un corridoio e l’altro: si dice che non si è trattato di un semplice aborto, che è stata lei a procurarselo, che ci ha pensato il marito e che lei ha tentato di togliersi la vita. Sona sa chi è ancor prima di controllare la cartella clinica: la pittrice è un personaggio famoso persino a Bombay. Ha studiato pittura in Italia all'Accademia di Belle Arti di Firenze, dove è entrata a appena quindici anni, l’allieva più giovane mai ammessa. Da Praga, la città in cui abitava con la famiglia, la madre indù, una donna di casta alta, l'ha portata in Toscana e poi a Parigi per coltivarne il talento. Fino a vent'anni, Mira non ha neppure messo piede in India, ma nelle riproduzioni dei suoi quadri in un articolo a lei dedicato, Sona ha visto villaggi indiani e donne in sari e si è chiesta come mai una ragazza privilegiata mostrasse tanto interesse per i poveri e per la banalità del quotidiano. Ha sei anni più di lei, ventinove secondo la cartella clinica, e la trova adorabile: il suo volto non è bello, ma è pieno di carattere. L’infermiera preferisce non rispondere alle domande che la paziente le rivolge: non vuole confidare nulla della sua vita. E quando Mira si lascia sfuggire un gridolino più sonoro, Sona pensa che una piccola quantità della dose successiva non può farle male. La donna chiude gli occhi e comincia a respirare con regolarità: l’infermiera Falstaff può allora tornare a occuparsi degli altri degenti affidati alle sue cure…

Sei giorni a Bombay, il romanzo che segna il ritorno di Alka Joshi, l’autrice della trilogia di Jaipur, intreccia storia e finzione e prende spunto dalla breve e intensa esistenza di Amrita Sher-Gil, una delle più grandi pittrici di origini ebraico-indiane del Novecento, figlia di un aristocratico sikh e di una cantante lirica, morta a soli ventotto anni in circostanze mai chiarite. La figura di Mira Novak, personaggio ispirato alla pittrice, ne richiama il talento, le origini multiculturali e il tragico destino. I “sei giorni” del titolo si riferiscono a quelli trascorsi da Mira in ospedale – un ricovero per un aborto –, da cui prende avvio una vicenda destinata a cambiare profondamente la vita di chi le è accanto. La voce narrante in prima persona è quella di Sona Falstaff, giovane infermiera anglo-indiana, cresciuta in una Bombay dove non si sente pienamente accettata né dalla comunità britannica né da quella indiana. Attenta, empatica e incapace di limitarsi al semplice ruolo professionale, durante la degenza instaura con Mira un rapporto che va oltre quello tra paziente e infermiera. La pittrice appare fin da subito come una donna libera e anticonformista, insofferente verso le convenzioni sociali. Vive apertamente le proprie relazioni, con uomini e donne, e non teme di scandalizzare una società che giudica severamente qualsiasi forma di indipendenza femminile. Dietro questa immagine di sicurezza, però, emerge anche una profonda fragilità: il bisogno di essere amata e riconosciuta, nato da un rapporto irrisolto con entrambi i genitori, incapaci di offrirle quell'affetto che continua a cercare per tutta la vita. Sona rappresenta quasi il suo contraltare. Cresciuta in un ambiente modesto ma ricco dell'affetto della madre, una sarta esperta, con la quale condivide pensieri e vicende quotidiane, porta dentro di sé la ferita dell'abbandono del padre, un militare britannico, tornato dalla prima famiglia in Inghilterra quando lei e il fratellino erano ancora piccoli e la madre disponeva di scarsi mezzi per sopravvivere. Anche per questo Mira esercita su di lei un fascino profondo: pur così diversa, incarna quella libertà e quell'audacia che Sona non ha mai osato concedersi. La pittrice viene dimessa dall'ospedale giusto in tempo per partecipare alla sontuosa festa di fidanzamento di un amico, a cui è presente tutta l'alta società di Bombay. Il giorno dopo, però, viene di nuovo ricoverata in gravi condizioni e quando muore improvvisamente in circostanze sospette, l'ospedale diventa il luogo in cui pregiudizi, invidie e tensioni emergono con forza e, nonostante la mancanza di prove, Sona viene allontanata. Scopre però che prima di morire Mira le ha affidato una missione: consegnare tre dei suoi dipinti a persone che hanno segnato il suo passato. La giovane potrebbe sottrarsi a quell'incarico, eppure decide di rispettare l'ultima volontà della sua paziente, intraprendendo un viaggio che la conduce a Praga dalla migliore amica d'infanzia di Mira, Petra Hitzig, a Parigi dalla gallerista Josephine Benoît e infine a Firenze, da Paolo, maestro e amante della pittrice. All'inizio è il desiderio di assecondare una donna che ha ammirato a spingerla a partire; strada facendo, però, il viaggio assume un significato più profondo. Ripercorrere la vita di Mira e incontrare le persone che ne hanno fatto parte significa infatti confrontarsi con la propria identità, con il peso delle origini, con il rapporto irrisolto con il padre e con la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello che la società sembra averle già assegnato. La scrittura di Alka Joshi è elegante, ricca di dettagli sensoriali e di emozioni, capace di restituire l'atmosfera dell'India coloniale e, successivamente, di un'Europa alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Le ambientazioni non fanno da semplice sfondo, ma diventano parte integrante della crescita della protagonista. Attraverso il suo percorso, l'autrice affronta temi come l'appartenenza culturale, il razzismo, la condizione femminile e la violenza domestica, le disuguaglianze sociali, il peso delle convenzioni, la libertà di scegliere la propria strada e il valore dell'arte come mezzo per emanciparsi e lasciare una traccia di sé. Pur con un ritmo che nella prima parte procede più lento, il romanzo coinvolge grazie al carattere dei personaggi, all'intreccio tra vicenda privata e contesto storico e alla sensibilità con cui vengono affrontati argomenti complessi. Uno dei suoi meriti è anche quello di portare in primo piano la figura di Amrita Sher-Gil, artista straordinaria e pioniera dell'arte moderna indiana, ancora poco conosciuta al di fuori degli ambienti specialistici. Attraverso il personaggio di Mira Novak, l’autrice le rende omaggio e suscita nel lettore la curiosità di approfondirne la vicenda umana e artistica.