L’ultimo testamento

L’ultimo testamento

Un uomo viene svegliato mentre dorme ancora in pieno giorno da un corriere che gli consegna una lettera con un indizio da seguire, apparentemente incomprensibile, un luogo da raggiungere presso un cimitero cittadino. L’uomo tempo prima ha incontrato il Maestro di una misteriosa loggia massonica di Napoli che gli ha consegnato una tessera di appartenenza. Poi del Maestro e di come trovare gli altri membri della loggia non ne ha saputo più nulla. Fino a quel plico consegnato quando meno se lo aspettava e che gli apre un percorso inaspettato e inconsueto per arrivare a conoscere e a far parte dell’enigmatico “cerchio dei cinque”. Una misconosciuta e misteriosa loggia massonica napoletana che sembra fondare le sue radici niente di meno nel suo primo illustre e chiacchierato Maestro, Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, la cui cappella, da tempo immemorabile, è culla di opere di grande pregio e altresì di leggende nere e storie di morte e mistificazione. Il principe, che nel nome della sua casata porta la dicitura di sangue reale, sembra avere ancora molto potere sulla città di Napoli e sulla loggia segreta convinta di essere in contatto con la sua entità. Ma chi era davvero Raimondo di Sangro, un uomo illuminato che cercava di mescolare scienza e magia, un assassino a sangue freddo, un malato di mente visionario o uno stregone ciarlatano? E cosa nasconde ancora il suo sepolcro segreto?

La storia che accompagna la celebre e chiacchierata figura del principe di Sansevero è senz’altro affascinante e la sua cappella è davvero da tempo oggetto di visite di studiosi, artisti e semplici curiosi. Raimondo era ed è per la maggior parte dei napoletani uno “stregone” cittadino ma era altresì un uomo colto e molto moderno per il proprio tempo, nonché un nobile benestante che poteva permettersi anche esperimenti estremi e parecchio costosi. In poche parole, una figura di grande fascino su cui costruire romanzi e racconti di un certo interesse. Magari anche romanzi storici ben strutturati. Invece, nel libro di Aniello Milo (di cui Milo sospetto essere il nome di battesimo, ma non si comprende bene) tutto è scritto con una superficialità estrema, senza talento per il genere del giallo né tantomeno del giallo storico, con uno stile e un linguaggio penosi che sbalordiscono in senso negativo il lettore fin dalle prime pagine. Pertanto i misteri, i libri segreti, i sepolcri da scoprire e quanto avrebbe dovuto esserci di bello e interessante in un romanzo del genere finiscono per essere quasi comici, arrabattati, esplicitamente mediocri. Insomma, un tentativo andato a male su una storia che avrebbe anche potuto avere risvolti interessanti se fosse stata sviluppata bene. A questo punto si aprono le mille perplessità sul ruolo e la ragion d’essere del self – publishing di cui tutte le risposte verranno lasciate ai lettori.



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