Carlotta è in bagno ad attendere l’esito di un test di gravidanza. Intanto, pensa alla catena di eventi che l’hanno condotta fino lì. Tutto comincia una sera di gennaio in cui accetta, controvoglia, di accompagnare le amiche Cinzia e Francesca da una cartomante, Madame Helena. Fin dall’inizio avverte che qualcosa in quell’incontro non corrisponde alle sue aspettative e infatti, in seguito, riconoscerà quell’episodio come l’inizio di una serie di conseguenze destabilizzanti. Carlotta si definisce una “truffa”: non è sicura della propria identità, della propria intelligenza e dell’immagine che ha sempre offerto agli altri. Ha un bisogno compulsivo di controllo e perfezione: per esempio ha la fissa di estirparsi ossessivamente i peli delle sopracciglia, gesto che associa a figure femminili potenti ma ambigue come Ecate, Circe e Medea. Forse, si dice, ha paura di essere smascherata, di non essere all’altezza dell’immagine di competenza e razionalità che ha costruito negli anni. Non c’è niente da fare: è una “terrorista del proprio cervello”, impegnata da anni in un auto-sabotaggio automatico. Allora forse è il caso di ricominciare da capo, sfruttando i pochi minuti di attesa del test come occasione per ricostruire i fatti una volta per tutte. Ripercorre la sera dell’appuntamento: nonostante lo scetticismo e il disprezzo dichiarato verso la cartomanzia, accetta di uscire per non deludere le amiche. Il tragitto in bicicletta attraverso Ferrara, avvolta dalla nebbia, sembra irreale. Carlotta osserva la città con uno sguardo affettuoso e riflette sulla propria vita da studentessa fuori sede, sulla bicicletta che ha personalizzato e caricato di significati simbolici, e sul rapporto con il fidanzato Riccardo, che quella sera preferisce dedicarsi allo studio, perché è rimasto parecchio indietro. Giunte a destinazione, Carlotta e le amiche vengono accolte da Madame Helena, una donna dall’aspetto anonimo e dimesso, decisamente lontana dagli stereotipi esoterici…

Si chiude il libro e resta addosso una sensazione persistente: l’idea che l’identità non sia mai una linea continua, ma un campo instabile di tensioni. È difficile non pensare a quella convinzione, espressa da Hermann Hesse, secondo cui l’essere umano non coincide mai con una sola versione di sé. Cambiano i contesti, cambiano le epoche, ma la frattura resta. Nel romanzo d’esordio di Elisa Andriano questa frattura prende il volto di Carlotta, studentessa universitaria che vive a Ferrara e che affronta la propria esistenza come un esercizio quotidiano di resistenza. Il romanzo si colloca proprio lì: nel punto in cui l’idea di una vita coerente e progressiva si incrina. Senza eroismo, senza redenzione facile, senza una traiettoria rassicurante. Tutto quel che c’è è una protagonista che si percepisce come un insieme di forze inconciliabili, una persona che procede per attrito, che cresce senza sentirsi mai davvero all’altezza di ciò che dovrebbe essere. Carlotta porta con sé fin dall’infanzia un senso di solitudine profonda e di inadeguatezza che si traduce in una disciplina feroce. Studia, lavora, si impone regole rigide come unica strategia di sopravvivenza in un contesto familiare fragile: una madre autoritaria, spesso incapace di ascolto, e un padre quasi assente, figura intermittente che lascia più vuoti che risposte. L’impegno costante non nasce da ambizione, ma dalla paura di crollare. Fare, fare sempre, diventa l’unico modo per non sentire il peso di ciò che manca. La scelta della prima persona è un valore aggiunte nel testo. Andriano affida tutto alla voce di Carlotta, senza filtri né tentativi di addolcirla. La protagonista è spigolosa, ironica fino alla crudeltà, iper-razionale e al tempo stesso attraversata da impulsi autodistruttivi. Analizza se stessa con precisione chirurgica, ma spesso usa l’intelligenza come arma, come mezzo per ferire prima di essere ferita. Ne nasce una tensione continua: il lettore è costretto a restare dentro il suo sguardo, senza una prospettiva esterna che offra conforto o giudizi morali. Il presente di Carlotta – fatto di esami, lavori precari, convivenze instabili e relazioni sentimentali logorate – si intreccia a ricordi e anticipazioni, fino a convergere attorno a un punto di rottura: una gravidanza inattesa, annunciata da una cartomante e poi verificata dalla realtà. Questo evento funziona come detonatore, fa esplodere contraddizioni, mette a nudo ferite mai rimarginate e costringe la protagonista a guardarsi senza più possibilità di rimando. Un romanzo di formazione al contrario, in cui non si racconta l’ascesa, ma la frattura: il momento in cui ci si rende conto che vivere significa spesso ricalibrare, rinunciare, integrare il fallimento nella propria idea di sé. Un esordio intenso, consapevole, che dimostra come non servano scenari spettacolari per raccontare una storia necessaria. Basta una voce credibile, disposta a esporsi fino in fondo. E qui quella voce c’è.