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Sembrava una felicità

Sembrava una felicità

La ricerca della felicità è un’attività impegnativa che coinvolge il sé fino all’ultima terminazione nervosa. Può svilupparsi in un luogo, attraverso un incontro, perfino passando per un pensiero o un’attitudine. Lei avrebbe cercato la felicità attraverso l’arte, il suo lavoro. Con l’ambizione di vivere di questo e non pensare a nient’altro. Non pensare all’amore. Stare in città, però, non aiuta, anzi ostacola, questa ricerca. Ma è in città che si approssima l’amore. Strano e inaspettato, come un uomo che registra suoni da mandare in radio a tarda notte. È lui l’uomo con il quale viaggiare. L’uomo da sposare. L’uomo che le avrebbe fatto passare quella brutta tosse nervosa che nessun medico era riuscito a curare. E la tosse, infatti, passa subito dopo il matrimonio. Poi una casa tutta loro e un figlio. Una bambina da accudire che ricambia le cure con urla ininterrotte. E la mancanza di sonno, si sa, può sconvolgere…

Lo sconvolgimento arriva con il tradimento, ma già qualcosa nella relazione coniugale era compromesso. Lei non si arrende, poi si arrende, poi lotta ancora, poi cambia. Come in una danza, si allontana e si avvicina. Da lui, ma soprattutto da se stessa. Tutto questo dinamismo si riflette sulla scrittura dallo stile smozzicato e dal flusso continuamente interrotto, come fosse una raccolta di pensieri, un’istantanea dopo l’altra. Un testo scritto “come se la scrittura non avesse regole”. La protagonista si racconta e si rivela come donna contemporanea (con tutte le fatiche di essere donna oggi) che nasconde paure ancestrali. Una donna senza tempo e senza spazio. Al lettore è chiesto di partecipare e farsi coinvolgere nel testo, ricostruendo autonomamente i fatti che emergono durante la navigazione tumultuosa delle pagine che scorrono rapidamente. Alla ricerca di un senso. Alla scoperta della felicità. Nell’esplorazione dell’amore.