Salta al contenuto principale

Sensibile

Sensibile

Pensiamo a un bambino e una bambina: famiglie normali, modeste, una vita semplice. Il bambino sembra abbastanza simile a tutti gli altri nel comportamento, è cortese con compagni e maestre e rispetta le regole, ma a ricreazione sta sempre per conto suo, tende a isolarsi, vuole scomparire, e nessuno se ne accorge, si rinchiude in uno sgabuzzino, e per questo lo chiamano “femminuccia”, quando non di peggio. La bambina invece appare molto brava a capire gli altri, e anzi mostra spiccate doti organizzative: peccato che quando giunga il momento di cogliere i frutti seminati con tanta dedizione, magari per esempio di godersi una bella festa, lei si tiri indietro. La definiscono sensibile, a volte, ma non sempre in senso positivo. Perché sulla sensibilità ormai pende a mo’ di spada di Damocle una sorta di stigma, mentre in realtà si tratta di un vero e proprio superpotere, un vero e proprio vantaggio evolutivo che si annida addirittura nel DNA. Certo, essere empatici espone al dolore, come carne viva, e come ogni dono in realtà non significa che si è ricevuto qualcosa, ma che si ha qualcosa da dare…

Di per sé non è né buono né cattivo, né negativo né positivo, è semplicemente un aggettivo qualificativo, indica una caratteristica: anzi, in realtà verrebbe da pensare che esserlo non sia poi male, eppure, nella società contemporanea che ci vuole belli e vincenti a tutti i costi, sempre perfetti, sembra quasi una iattura, persino un motivo di preoccupazione per i genitori quando si rendono conto che un’appropriata definizione per il loro pargolo, che vorrebbero speciale, o perlomeno uguale agli altri, è sensibile. E invece basta guardare un attimo oltre il proprio ombelico per rendersi conto di che ricchezza sia la capacità di entrare in contatto con gli altri al di là delle apparenze, a un livello più intimo e autentico, profondo, per costruire un mondo migliore: del resto, per esempio, in oriente le fragilità vengono messe in evidenza, si decorano con l’oro le suture dei vasi rotti. Granneman e Sólo, avvalendosi anche di conversazioni con personaggi di successo che però hanno conosciuto nella loro vita la sensazione di sentirsi altri rispetto alla massa, diversi, fragili, insicuri, troppo preda delle emozioni, persino sbagliati, semplicemente per dei gusti, delle preferenze, un orientamento sessuale o quant’altro, sottolineano come il peggior pericolo per la società sia l’indifferenza, che la storia insegna ha portato a inumane tragedie, e quanto invece sia rivoluzionaria e potente, come quella della natura, la forza dell’empatia.