Come definire la situazione dell’esercito degli Stati Uniti nella prima metà dell’Ottocento? Sorprendente, vista con gli occhi di oggi. Nel 1830, a fronte di una popolazione di quasi 13 milioni di persone, l’esercito regolare era composto da sole 5000 unità e rappresentava sicuramente la forza armata più esigua del mondo in rapporto agli abitanti del Paese. Per farci un’idea, l’esercito inglese constava di 110.000 effettivi (senza contare le truppe ausiliarie delle colonie britanniche) a fronte di quasi 26 milioni di abitanti: circa 1 soldato ogni 230 abitanti, mentre gli Stati Uniti ne contavano 1 ogni 2600. Nei decenni successivi si provò a correre ai ripari dotando la nazione di un esercito degno di questo nome, ma nel 1860 – pochi mesi prima che scoppiasse la Guerra Civile – su 31 milioni e mezzo di abitanti c’erano 1108 ufficiali e 15.259 soldati, a spanne 1 militare ogni 1920 abitanti. La sanguinosa guerra tra Stati nordisti e sudisti costrinse alla mobilitazione di milioni di volontari e successivamente all’introduzione della coscrizione obbligatoria. “Il provvedimento sembrò così contrario al principio di libertà e alle abitudini della gente, avvezza alla massima libertà di scelta, che in alcune città scoppiarono violenti tumulti”, con più di 1000 morti solo a New York. È quindi “un fatto incontestabile che l’americano medio del XIX secolo non guardasse con favore alla carriera militare. (…) parecchie testimonianze dell’epoca confermano il disprezzo della gente verso la professione delle armi”. Scriveva il giornalista John Finerty (1846-1908): “Non è la dura disciplina presente nell’esercito, con le sue continue privazioni, ma l’indifferenza e l’ostilità che trovano fuori da esso, ciò che avvilisce profondamente i nostro soldati”. L’opinione comune dei cittadini statunitensi e dei loro rappresentanti al Congresso e alla Casa Bianca era che i soldati di carriera rappresentassero più un costo che una risorsa, una realtà pressoché inutile in tempo di pace. Questo modo di pensare – molto radicato e duraturo – segnò in modo decisivo in quegli anni l’andamento degli scontri armati tra giubbe blu e pellerossa, negli sterminati territori del West…

In un’intervista concessa alla rivista “American Meeting” nel 2014, Domenico Rizzi rivela che “Il merito della mia passione per il Western è senz’altro dei fumetti che leggevo – Tex, Il grande Blek, Il piccolo sceriffo ed altri – e del cinema. Film come Ombre rosse, Sentieri selvaggi e Mezzogiorno di fuoco hanno lasciato un’impronta indelebile nella mia fantasia di bambino”. Il background dell’anziano, prolifico autore (sia di saggi sia di narrativa), storico collaboratore del compianto sito Farwest.it, è questo e non ha certo paura di dichiararlo. Se quindi il vostro approccio alla storia della conquista della frontiera americana è più critico e allineato alla storiografia contemporanea, insomma se il vostro cuore batte più per film come Soldato Blu o Balla coi lupi, l’impostazione di questo pur interessante saggio potrebbe risultare per voi un pochino indigesta, legata com’è a una concezione diciamo più “classica”. Anche il linguaggio è a tratti un po’ troppo retorico e ampolloso (quante d eufoniche messe a casaccio!), si tende forse a cercare l’epica anche dove non c’è stata. Ciò premesso, il tema delle guerre tra esercito statunitense e nativi americani negli anni tra 1865 e 1890 è trattato con dovizia di particolari, competenza e un gusto per la narrazione che rende la lettura piacevole anche per chi non sa nulla dell’argomento. Il cardine attorno al quale gira il libro è la figura della giubba blu, il soldato sottopagato, poco amato, impegnato in un controllo del territorio impossibile data la scarsità degli effettivi rispetto all’immensità del continente americano, costretto a una fatica improba senza l’equipaggiamento adatto, spesso vittima di alcolismo e malattie o agli ordini di ufficiali impreparati e vanesi (anche se Rizzi in un certo qual modo qui rivaluta la figura di George A. Custer, altrove demonizzata oltre i suoi effettivi demeriti). “Prima che la colonizzazione trasformasse gran parte delle aride regioni occidentali in campi coltivati, pascoli per il bestiame e operose città, le loro strade si snodarono attraverso piste battute dal vento, dove la polvere imbiancava le caratteristiche divise blu, bruciando gli occhi e le gole. Questi sentieri di polvere furono i muti testimoni delle marce, delle battaglie e degli agguati che resero leggendarie le imprese di uomini ribattezzati, secondo una definizione cinematografica molto cara a John Ford, «le facce da mezzo dollaro al giorno»”.