Partiamo dalla fine. 8 luglio 2026, mezzanotte circa, Piazza del Campidoglio. Michele Mari è stato appena proclamato vincitore della ottantesima edizione del Premio Strega. È sul palco, e in diretta tv. Non esulta: forse è la scelta di tenere un profilo basso dopo le ben note polemiche che lo hanno coinvolto poche settimane fa, azzarda qualcuno. “Pare brutto esultare in faccia a tutte quelle che hanno detto peste e corna di lui”, annuisce sorniona una signora, con l’aria di chi la sa lunga di strategie comunicazionali. Boh. Di certo c’è che Michele Mari non sorride, ostentatamente. Anzi peggio: reagisce piccato alla bonaria (ma non troppo) presa in giro di Pino Strabioli (co-conduttore della serata assieme alla deliziosa Gloria Campaner) e rivendica, formalizza una sua strutturale incapacità a sorridere con una battuta che battuta non è o perlomeno non sembra.
Tiene la giacca in mano Mari, nemmeno vorrebbe andare alla iconica lavagna dello Strega, figuriamoci fare le foto di rito. Gli passano la bottiglia di liquore, lui la guarda perplesso. E non sorride. Strabioli gli sussurra con un tono fra il complice, il tenero e il disperato “Se vuoi puoi fare finta, di bere”. Alla fine Mari va, alla fine si presta all’affettuoso assalto romanaccio dei fotografi, alza la bottiglia come una coppa. Ma la giacca continua a tenerla in mano: e soprattutto continua a non sorridere.
Poi, succede una cosa. Chiama sul palco i due figli e la moglie, che sono tra il pubblico. Lo fa in modo burbero, a dire il vero: esige la loro vicinanza, li pretende, non vuole sentire ragioni. Ma quando i due ragazzi lo raggiungono, li abbraccia forte e sorride. E sorride ancora alla moglie, che addirittura bacia con aria contenta. Come uno normale, come uno che di sorridere è capace. Intanto, sui social network, ricomincia la gazzarra che si era fortunatamente interrotta da qualche giorno – o meglio era stata sostituita da altre gazzarre non meno moleste. C’è poco da sorridere, in effetti.