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Senza un soldo a Parigi e a Londra

Senza un soldo a Parigi e a Londra

Parigi, Rue du Coq-d’Or. Una viuzza stretta su cui si affacciano pensioni stipate di affittuari e bistrot dove per ubriacarsi basta uno scellino. Ogni giorno lo spettacolo è sempre lo stesso: Madame Monce che dalla sua pensione inveisce contro l’affittuaria del terzo piano, voci che man mano si uniscono al diverbio, e poi risse e schiamazzi, canti, “il fetore acre dai carretti degli spazzini”. Questa è l’atmosfera che si respira in rue du Coq-d’Or. Una zona piuttosto malfamata, ma che tutto sommato rappresenta “un tipico quartiere parigino”. È qui che alloggia il giovane inglese, all’Hôtel des Trois Moineaux, “una piccionaia buia e chiassosa di cinque piani”. Le stanze, piccole e sudicie, costano dai trenta ai cinquanta franchi a settimana. Le pareti sono tappezzate da strati e strati di spessa carta da parati rosa, dimora di schiere di cimici. Gli affittuari dell’Hôtel sono per lo più stranieri, rappresentanti di “un’umanità alla deriva”, personaggi a dir poco stravaganti. Prendete ad esempio i coniugi Rougiers, gli gnomi straccioni, che su Boulevard St Michel truffano i passanti spacciando normalissime cartoline per immagini pornografiche. Stando a quanto racconta Madame F. non si cambiano i vestiti da quattro anni, vivendo in “perfetto equilibrio fra la fame e l’ebbrezza”. O ancora Henri, ex galeotto e operaio nelle fognature. R., l’unico altro inglese dello stabile, impegnato a “sbronzarsi diligentemente” con quattro litri di vino al dì. E Charlie, rubicondo rampollo di famiglia benestante, che nei bistrot intrattiene gli avventori con il suo argomento preferito, l’amour

9 gennaio 1933. Per la prima volta, e precisamente sul frontespizio di un volume intitolato Down and Out in Paris and London, compare il nome George Orwell – nom de plume di Eric Arthur Blair (Motihari, 1903). Il volume in questione appartiene – spiega nella puntuale introduzione il curatore e traduttore della presente edizione, Andrea Binelli – alla produzione cosiddetta ‘secondaria’ di Orwell, caratterizzata da una modalità narrativa non propriamente romanzesca, bensì, come ebbe a definirla lo scrittore e sociologo gallese Raymond Williams, “fattuale e documentaria”. Opera prima di un Orwell allora appena trentenne, Senza un soldo a Parigi e a Londra è in effetti un resoconto estremamente dettagliato, un ‘avventuroso’ e colorito reportage dei bassifondi, che Orwell affida alla voce di un giovane scrittore inglese che si ritrova a far esperienza della povertà. Vive tra gli ultimi e come gli ultimi tocca con mano gli stenti della fame, la sporcizia, l’apatia. Prima a Parigi, mentre conta i centesimi ad ogni pasto, trascorrendo giornate interminabili nelle vesti di plongeur (lavapiatti, sguattero), lo “schiavo del mondo moderno”, in ventri incandescenti e sudici di hotel di lusso. E poi a Londra, richiamato dalla promessa di un buon lavoro, dove conoscerà una realtà, se possibile, ancor più grigia e avvilente: cortei di senzatetto sfiniti e costretti, per legge, a macinare chilometri vagabondando da un ostello all’altro, nello stomaco solo un “te-e-due-fette”; ritenuti farabutti e nient’altro, privati di ogni più basilare dignità. Quelle raccolte in Senza un soldo a Parigi e a Londra sono esperienze che, pur filtrate dalla lente narrativa, Orwell sperimentò sulla propria pelle, dopo cinque anni passati nei ranghi della Polizia Imperiale di stanza in Birmania, scegliendo di immergersi tra i disperati e i tramps che affollavano i sobborghi dell’East End londinese (esperienza che ripeté poi anche a Parigi, tra il 1928 e il 1929). Un vivere al margine nel tentativo di coglierne la verità e l’essenza, che per Orwell segna l’avvio della sua formazione, umana e letteraria. A chiosa delle due parti di cui il libro si compone, l’autore abbandona per qualche istante la sua narrazione-testimonianza per indossare i panni del sociologo. Si interroga sul ruolo delle organizzazioni pubbliche, tenta di decostruire i pregiudizi e i falsi miti sulla povertà, ipotizza proposte e soluzioni, col fine ultimo di dimostrare l’artificiosità dello stato delle cose e la necessità, imprescindibile, di rendere dignità e umanità agli ultimi. Un resoconto vivido, tragico, a tratti ironico, estremamente godibile, brulicante di lerciume e vita, di personaggi eccentrici, patetici, eroici. Da queste pagine, argomenta ancora Binelli, emerge “il protagonista di una vita straordinaria e anticonformista prima ancora del pensatore idiosincratico”. Un Orwell poco battuto. Senza dubbio da recuperare.