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Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte

Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte

Santo Domingo de la Calzada, Spagna, 1521. María cresce a Santo Domingo, figlia di una sarta e sorella di due fratelli che la sorvegliano; è irrequieta, curiosa e diversa per quei ricci rossi che la madre teme come un cattivo presagio. La sua vita quotidiana è fatta di piccoli furti di libertà come salire sui tetti, contare i cavalli dei pellegrini, inventare peccati per i viandanti, finché l’arrivo di una straniera in abiti grigi non rompe la routine. La vedova arriva un mercoledì. L’incontro nel boschetto è carico di fascino e sospetto. La donna raccoglie erbe, parla di tonici e medicina, e lascia in María un’impronta che mescola timore e desiderio di sapere. Dieci anni dopo María è quasi donna: i suoi capelli sono diventati un’arma di seduzione e lei impara a usarli per ottenere ciò che vuole. Non è ingenua; orchestra incontri, studia sguardi e decide che il matrimonio può essere la via d’uscita dalla vita angusta del villaggio. Quando il visconte Andrés de Guzmán chiede la sua mano, María accetta non per sottomissione ma per strategia: il matrimonio è la curva che finalmente piega la strada della sua esistenza. La scelta apre le porte a una nuova vita ma forse non propriamente quella che María si aspettava. Finoché la figura della vedova torna ancora una volta a pesare sul suo destino... Boston, Massachusetts, 2019. Alice è un’universitaria diciottenne timida, dall’accento da “Outlander” scozzese. Da sempre si sente a metà tra chi è e chi vorrebbe essere, in bilico tra due mondi. In una festa alla Co op, stanca di restare appoggiata al muro verde, decide di giocare a diventare un’altra: la “Nuova Alice” che entra invece di andarsene. Quel gioco la porta a un incontro fulmineo con Lottie, la ragazza dai capelli viola: uno sguardo, un bacio sotto la pioggia, la fuga insieme dal caos della festa. La notte si trasforma in un rito: Alice, che aveva sempre aspettato di cominciare la sua vita, si trova a cedere al piacere e alla paura insieme. Lottie è decisa, calma; Alice è goffa e affamata, e proprio questa fragilità rende il loro incontro potente. Al mattino qualcosa non va, Lottie è scomparsa e Alice sente di non essere più la stessa, in un modo che però la spaventa. “Mentre loro marciscono fuori, noi marciamo dentro”…

V. E. Schwab firma un gotico ambizioso che segue tre protagoniste in tre epoche diverse, un arco che copre quasi cinquecento anni e ricompone, in una sorta di staffetta, la fuga dal desiderio incompreso e dai sensi di colpa verso una qualche forma di sopravvivenza. Schwab ha spiegato che il libro nasce dall’esplorazione della “fame” in tutte le sue forme: non solo la fame carnale che divora, ma la fame di essere amate, di essere viste, di essere comprese e accettate. L’autrice si richiama ai classici del vampirismo, da Carmilla fino ad Anne Rice, opere in cui il vampiro è già figura liminale e intrinsecamente queer, e da lì riprende e rielabora motivi e atmosfere. Nelle tre figure femminili rivede la se stessa alle prese con le fasi del suo percorso di coming out e, in un atto profondamente personale, crea tre diverse personalità queer prive di edulcorazioni, profondamente complesse e “incasinate”. La prosa è lirica e sensoriale: immagini dense, descrizioni che privilegiano la tessitura sonora e una scansione ritmica quasi musicale. Schwab costruisce pa-gine di grande intensità emotiva, ma la stessa cura formale è spesso la causa delle critiche più frequenti: il ritmo rallenta, la narrazione si dilata e alcune se-zioni possono apparire prolisse rispetto alla sostanza della vicenda. Lo stesso titolo Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte, tratto dalla quartina composta dall’autrice per aprire il volume, anticipa la cura per la tessitura sonora e risuona come immagine motore: sepoltura, notte e suolo diventano motivi ricorrenti, legati alla memoria, al ritorno e alla musica interna del ro-manzo. Nel mondo che la Schwab crea, le donne non sono solo vittime: di-ventano predatrici, agenti della propria sopravvivenza e della propria libertà. Questa trasformazione è letta come una forma di emancipazione, ma è un’emancipazione ambigua: le azioni delle protagoniste producono danni col-laterali, relazioni spezzate, colpe che si accumulano, conseguenze morali che interrogano il lettore. La Schwab non censura il prezzo etico della sopravvi-venza: la libertà conquistata è spesso pagata con perdite e rimorsi. Un ro-manzo potente e provocatorio, ideale per chi ama il gotico meditativo e la prosa che privilegia atmosfera e introspezione; meno adatto a chi cerca eco-nomia narrativa e tensione costante. Potrebbe infatti chiedersi il perché delle oltre seicento pagine di orpelli e divagazioni per raccontare una vicenda che avrebbe giovato di incisività e maggior focus.