Roma, 3 agosto. Gabriella De Santis, quarantadue anni, osserva la propria immagine allo specchio e fatica a riconoscersi. Le rughe, lo sguardo malinconico e l’espressione spenta sono quelle di una donna che ha smarrito desideri e slancio vitale. Si domanda se la sua inquietudine dipenda dalla fine del matrimonio, dalla paura che i figli crescano e non abbiano più bisogno di lei o dalla sensazione che il tempo stia passando troppo in fretta. Pur sapendo di avere ancora gran parte della vita davanti, prova rabbia verso se stessa e verso il passato. Quattro anni prima, il marito Alberto le ha annunciato di essersi innamorato di un’altra donna, la propria segretaria. Lo ha fatto con freddezza, chiedendo però a Gabriella di ascoltarlo e quasi di compatirlo, mentre le raccontava ogni dettaglio della nuova relazione. Alla fine della confessione, Gabriella ha reagito intimandogli di preparare le proprie cose e lasciare la casa. Alberto ha accolto la separazione con l’entusiasmo di chi desiderava da tempo liberarsi, mentre lei è rimasta paralizzata, prigioniera dei sensi di colpa e incapace di comprendere pienamente ciò che le stava accadendo. Il tempo è comunque trascorso e oggi Alberto torna nell’abitazione dell’ex moglie per prendere il figlio Giulio e portarlo in vacanza. Suona insistentemente al citofono, secondo la sua abitudine. Giulio, dodicenne, avverte la madre dell’arrivo del padre. Gabriella, si prepara ad aprire cercando di mantenere davanti al figlio un atteggiamento tranquillo e rassicurante. È consapevole che i frequenti contrasti tra lei e Alberto possono lasciare conseguenze sui ragazzi e vorrebbe evitare ulteriori tensioni. La figlia maggiore, Margherita, ha quattordici anni e si trova già in vacanza all’isola d’Elba con l’amica Silvia e la famiglia di lei. Gabriella sente molto la sua mancanza. La ragazza, che la madre chiama affettuosamente “il broncio ribelle”, attraversa una fase adolescenziale fatta di musi lunghi, insofferenza e desiderio di indipendenza, ma agli occhi di Gabriella resta bellissima e piena di vita. Quando Alberto e Giulio entrano in ascensore e si allontanano, Gabriella avverte il peso della casa vuota. Si sdraia sul divano e tenta di telefonare a Margherita, ma il cellulare della ragazza è spento. Dopo aver pulito la camera e fatto una doccia, Gabriella esce per una passeggiata. Seduta nel parco, osserva le numerose donne sole che le passano davanti, ne studia i volti, i gesti e le esitazioni. Una giovane donna con un Labrador chiaro le passa accanto. Il cane si avvicina a Gabriella e le annusa le scarpe, favorendo l’inizio di una conversazione. La ragazza si presenta come Giulia e dice di abitare nelle vicinanze…

A quarantadue anni, Gabriella si ritrova a fare i conti con una vita molto diversa da quella che aveva immaginato. Il matrimonio con Alberto si è concluso dopo il tradimento di lui, i figli sono lontani per le vacanze e la casa, improvvisamente silenziosa, amplifica un senso di smarrimento che la donna non riesce più a ignorare. Abituata a organizzare il tempo degli altri come wedding planner, Gabriella scopre di non sapere più come abitare il proprio. È da questa sospensione che prende avvio l’ultimo romanzo di Catena Fiorello Galeano, in cui l’autrice racconta il bisogno di ricominciare quando le certezze personali e familiari si sono sgretolate. Il dolore di Gabriella non nasce soltanto dall’abbandono del marito: riguarda anche il timore di non essere più indispensabile ai figli, la nostalgia per la famiglia che credeva definitiva e la difficoltà di riconoscersi nella donna che è diventata. Perfino la relazione ormai conclusa continua a occupare uno spazio ingombrante, alimentata dal confronto con la nuova vita di Alberto e dalla consapevolezza che lui ha costruito altrove un altro nucleo familiare. L’incontro con Giulia, del tutto casuale, introduce però una possibilità inattesa. Anche la giovane attrice è prigioniera di una relazione fondata sull’inganno. Intorno a loro si raccolgono Marta, segnata dalla lontananza dei figli, Teresa, che tenta di sopravvivere a una tragedia, e Luana, vicequestora depositaria di una verità che la collega direttamente a Gabriella. Le cinque donne non condividono età, carattere o percorso personale, ma riconoscono l’una nell’altra una forma simile di vulnerabilità. Da questa intuizione nasce un legame, costruito più sulla disponibilità all’ascolto che sulle consuetudini di una lunga frequentazione. Quando Giulia decide di raggiungere in Salento l’uomo che la sta ingannando, le altre scelgono di accompagnarla. Il viaggio, inizialmente pensato come una semplice azione di sostegno, diventa il centro trasformativo del romanzo e rappresenta l’occasione di uscire dalla propria immobilità e osservare con maggiore lucidità ciò che ciascuna delle protagoniste ha perduto, ciò che ha subito e ciò che può ancora scegliere. Le masserie, i muretti a secco, il mare, il frinire delle cicale, i sapori e l’accoglienza dei luoghi compongono uno spazio concreto e insieme simbolico, lontano dalla quotidianità in cui le protagoniste si sono sentite intrappolate. La bellezza del paesaggio non cancella le loro ferite, ma offre una tregua nella quale possono finalmente nominarle. Anche l’antica serenata in grico richiamata dal titolo accompagna questa esperienza di passaggio, legando memoria, territorio e sentimento. Convincente è la rappresentazione dell’amicizia femminile adulta. Catena Fiorello Galeano mette in discussione l’idea che soltanto i rapporti nati durante la giovinezza possano diventare profondi e duraturi. Le protagoniste si incontrano quando hanno già accumulato fallimenti, responsabilità, segreti e diffidenze; proprio per questo sono capaci di riconoscere la fatica delle altre senza idealizzarla. Il loro rapporto non elimina le differenze e non fornisce soluzioni miracolose, ma crea una rete nella quale ciascuna può smettere, almeno per un momento, di affrontare tutto da sola. Interessante lo stile di scrittura che alterna ironia, introspezione e partecipazione emotiva. I pensieri, specie quelli di Gabriella, sono spesso attraversati da un sarcasmo che alleggerisce la malinconia. Il tono accessibile permette di affrontare tradimenti, lutti, separazioni e maternità ferite senza trasformare la narrazione in un racconto cupo. La leggerezza, in questo caso, anziché coincidere con la superficialità diventa il modo scelto dall’autrice per mostrare come il dolore possa convivere con il desiderio di ridere, viaggiare e tornare a sentirsi vive.