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Servizio inutile

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Servizio inutile è una raccolta di scritti composti tra il 1925 e il 1935. “Alla parola servizio, che esprime bene il carattere di questi testi, era indispensabile aggiungere inutile. L’anima dice: servizio e l’intelligenza completa con: inutile”, spiega l’artista nella premessa. Henry de Montherlant era diventato famoso, in patria, poco prima, nel 1924, pubblicando Les Olympiques e il Chant funèbre pour les morts de Verdun: tuttavia non aveva nessun gusto della notorietà (“Vidi una carriera sul velluto e recalcitrai”, spiega; e altrove: “La vanità era morta in me”, etc) e così aveva preferito prendere e andarsene a spasso, espatriando, grossomodo per sette anni su dieci (Italia, Marocco, Spagna: puro Mediterraneo), andando in cerca di qualcosa di incantato e di differente per sublimare la crisi, vivendo per lo più sotto identità fittizie. Cercava discrezione (parecchia). In questa raccolta irregolare, estremamente improbabile (nulla uniformità davvero, da nessun punto di vista) e raffazzonata, si va discutendo di antiche tombe di famiglia, di nudità spartana, del senso del nulla; del “cante jondo”, il “canto profondo” di ascendenza probabilmente araba; del misticismo e del senso gaudente che costituiscono l’essenza del carattere spagnolo; della natura e della complessità del genio andaluso; del ritiro di Carlo V; delle ragioni della donazione di una certa somma al generale Giraud, che comandava ai confini algero-marocchini (denari per i piaceri dei soldati francesi, per i dissidenti sconfitti; infine, alla Croce Rossa); degli animali in gabbia e degli animali che soffrono; poi ecco la premessa ai racconti e alle poesie apparsi col titolo Les Olympiques; meditazioni sul suicidio e sulla prudenza; su cosa sia un letterato; su cosa sia il coraggio fisico e cosa il coraggio morale, e cosa la riconoscenza…

Che senso ha accostare un libro come il Trattato del Ribelle di Jünger a questa raccolta di scritti d’autore, al massimo di interesse filologico e inequivocabilmente complementare, nella produzione di de Montherlant? Sgombriamo il campo dagli equivoci: nessuno, è un equivoco assoluto, e chissà cosa aveva (davvero) in mente quel tedesco quando ha scritto una cosa del genere. Come minimo pensava fondamentalmente al resto della produzione dell’artista francese, o a certi aspetti del suo carattere (al suo stile, in genere). Tenevo a dirlo perché la fascetta che accompagna l’elegante edizione Settecolori è a dir poco fuorviante. No, non c’entra assolutamente nulla. Andiamo avanti. Nella collana “Foglie d’erba”, che ha già ospitato titoli di notevole interesse come Baionette a Lhasa di Peter Fleming o almeno apprezzabili come il verboso e minuzioso Servizi Segreti a oriente di Costantinopoli di Peter Hopkirk, ecco questa raccolta di scritti, più o meno d’occasione, di uno scrittore che, forse, invecchiando, si va rivelando più interessante per la sua controversa e insolita biografia piuttosto che per ciò che ha pubblicato in questo libro. Henry Marie Joseph Frédéric Expedite Millon de Montherlant, parigino [1895-1972], scrittore, drammaturgo e poeta francese, aristocratico, di ascendenza probabilmente bretone e catalana. Volontario nella Grande Guerra, ferito e decorato, fu sincero ammiratore di Gabriele d’Annunzio; credette nell’individualismo, in Roma e negli uomini d’azione; probabilmente nascose per tutta la vita la sua radicata bisessualità, o più probabilmente una profonda omosessualità, non senza fatica e non senza nitide e lancinanti contraddizioni (cfr. almeno un vecchio articolo di Daria Galateria apparso su «la Repubblica» negli anni Zero; altrimenti, leggete la pagina di wikipedia in lingua inglese; la Galateria c’è andata giù dura). Esordì pubblicando un omaggio ai soldati della Prima Guerra Mondiale, La Releve du Matin, nel 1920. Profondamente anticonformista, seppe, nel tempo, collaborare con quotidiani e periodici di opposti schieramenti politici, finendo fatalmente per risultare, periodicamente, sgradito a qualunque partito e fazione. Qualcuno spende la categoria dell’anarchismo di destra, forse leggermente fuori posto per un aristocratico, perché è un’ovvia contraddizione; aiuta però, in genere, a comprendere i contrasti e i paradossi estetici ed esistenziali di de Montherlant. Chiacchierato di collaborazionismo, post Seconda Guerra Mondiale, sebbene caduto in disgrazia seppe presto riprendersi; dal 1960 fino alla fine dei suoi giorni fu addirittura Accademico di Francia. Cristiano, cattolico, non era estraneo a nostalgie paganeggianti; sosteneva di amare il Rinascimento per via della sua inconfondibile mescolanza di cattolicesimo e di paganesimo, e del suo rifarsi come a una pietra di paragone agli antichi Romani. De Montherlant vedeva in Romana Chiesa una prosecuzione plausibile del caduto e sempre rimpianto Impero Romano d’Occidente. Morì suicida, fedele all’esempio degli antichi stoici. Le sue ceneri furono sparse ai piedi del Tempio di Portuno, nel Tevere, sull’Isola Tiberina e sul Foro Romano, nel pieno rispetto delle sue ultime volontà. Così Paul Morand: “È morto sull’esempio di quell’antichità che amava tanto. Bisognerà rifarsi ai classici, a Chateaubriand, a Benjamin Constant, a Barrès, per dargli la giusta collocazione nella nostra letteratura. Non era fatto per vivere in un’epoca vile. Era fatto per un’epoca di tornei e non di rapine. Montherlant muore all’inizio dell’autunno, come un eroe solare. Vita da filosofo, morte da samurai. Il revolver, per disprezzare la sua epoca, i suoi contemporanei, cessare di esservi”. Enfatica, personale e coinvolgente la postfazione di Stelio Solinas.