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Sette case vuote

Sette case vuote

Lei e sua madre salgono sulla loro vecchia auto e attraversano il quartiere più ricco. È una loro tradizione, un rituale. Guardano le case, i giardini e i portici perfetti. Quel giorno non si limitano all’esterno: riescono ad entrare. Quando la mamma vede la zuccheriera non trattiene le lacrime. Vuole sottrarre alla casa quell’oggetto inutile, simbolo di una superflua ricchezza. Niente di tutto ciò che è in quelle stanze ha un senso… Lui guarda dalla finestra i suoi anziani genitori che si rincorrono nudi in giardino. Quando arriva l’ex moglie, insieme al suo compagno, per lasciare lì i bambini, è già pronto a sentirsi dire è inappropriato, che quando loro li vedranno penseranno che mettersi a correre nudi in giardino è una cosa normale dato che la fanno i loro nonni. I bambini però non ci sono. Sono rimasti solo i vestiti sparsi in giardino. Scomparsi, mentre loro discutevano dell’inappropriato… Ha perso il figlio e la moglie. È solo, in una casa vuota. Ogni giorno butta fuori i loro vestiti, per fare spazio al silenzio che diventa sempre più ingombrante. Eppure, quando i vicini lo chiedono, risponde che sta passando. Che fa sempre un po' mano male. Che ormai ci siamo... La suocera le chiede di uscire per andare a comprarle le medicine. Farlo non è un’impresa semplice, considerata la quantità di scatole abbandonate sul pavimento della casa. Che cos’è abbastanza importante, in una vita, da essere messo in scatola e conservato per sempre?... Non può festeggiare il suo ottavo compleanno perché la sorella ha bevuto una tazza di candeggina. L’ha fatto a posta: non sopporta che mamma e papà non le dedichino tutte le attenzioni. Adesso lei è costretta a stare in quella sala d’attesa dell’ospedale, senza mutandine perché le ha prestate al papà in macchina per sventolare bandiera bianca e farli arrivare lì più velocemente. L’uomo davanti a lei le dice che può aiutarla con le mutandine. Di seguirlo fuori dall’ospedale… Dopo l’incidente non può uscire dalla sua casa. Può contare solo su di lui. Lei sente il suo corpo cedere eppure non si decide a morire. La notte, come se provenisse dall’inferno, sente giungere il suo respiro roco, cavernoso. Quanto durerà ancora?... Seduti nel loro appartamento, uno di fronte all’altro, davanti alla finestra. Lui le parla, ma lei non sa come rispondere. Guarda la città, pensa a quell’uomo. In quella gabbia le manca il respiro…

Samanta Schweblin, di Buenos Aires ma risiedente a Berlino, è autrice di racconti appartenenti al filone del realismo magico, qui imbevuto dell’orrore tipico di Shirley Jackson. Come nei romanzi gotici dai quali prende ispirazione, l’elemento chiave è proprio quello della casa. Questo luogo viene stravolto dall’autrice, distruggendo il suo significato confortevole e avvelenandolo con l’orrore. Ogni racconto è una casa, vuota. Priva d’amore, di sicurezza, di luce e di dialogo. Chi vi abita è disperso in sé stesso e riversa nelle stanze il frutto delle proprie paranoiche convinzioni. Spesso i protagonisti di queste storie convivono, senza successo, con allucinazioni terribili. Quello spazio chiuso diventa allora una prigione. Mondo interno e mondo esterno causano la stessa paura. I personaggi non riescono a comunicare tra loro, pur vivendo sotto lo stesso tetto. Una lontananza emotiva ben più percepibile rispetto a quella fisica. Samanta Schweblin non ci racconta le sue storie dall’inizio. Ci troviamo, anzi, vicini all’epilogo quando incontriamo i personaggi. Possiamo così solo immaginare che cosa li abbia condotti a perdersi. Possiamo solo domandarci, dubitare e supporre. È questo a disturbare il lettore, accompagnandolo anche a lettura a terminata. Non si può evitare di indagare e di cercare punti comuni tra le storie. I personaggi potrebbero essere collegati, oppure no. Anche su questo non ci è dato avere una risposta. Tutto quello che possiamo fare è mollare la presa che ci tiene ancorati alla nostra salvezza. Dobbiamo lasciare la mano e tuffarci nel buio, insieme ai personaggi, senza la pretesa di unire i puntini. La scrittura di Samanta Schweblin è, di nuovo, magistralmente adeguata ad una regina dell’angoscia, dell’inquietudine. Dell’orrore.