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Siamo tutti Boris

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“Io so’ pronta, Maestro. Sono calla come ‘na cavalla”. La frase che Karim, interprete del commissario di polizia Sandra Gusberti, rivolge al regista René Ferretti precede di pochi minuti il ciak. Si sta girando l’ennesima scena de Gli occhi del cuore 2, fortunatissima serie tv della Magnesia che tiene incollati 7 milioni di telespettatori ogni settimana. “Apri tutto, Biascica!” è, invece, il grido che il direttore della fotografia, Duccio Patané, rivolge ad Augusto, capo elettricista del set dal riconoscibilissimo cappellino nero con la scritta “Asshole”, che subito esegue le direttive mormorando qualcosa su certi straordinari di aprile (“quelli de’ Libeccio”, per intenderci). Lo schiavo e Alessandro, stagista soprannominato “seppia”, invece, si occupano di ultimare gli ultimi preparativi del set sotto l’occhio attento e indagatore di Arianna, aiuto regista berlusconiana di ferro, che li osserva con il suo maglioncino arancione, pronta a rimproverarli per la seppur minima dimenticanza. Salutando la segretaria di edizione Itala, sempre un po’ brilla, fa invece il suo ingresso trionfale Stanis La Rochelle, magnifico interprete del dottor Giorgio Corelli. Anche se si ostinano a farlo recitare con co-protagoniste femminili – come la “cagna maledetta” Corinna Negri o la super raccomandata Cristina, “la figlia de Mazinga” – la vera star della serie è lui, con quell’aria perennemente solenne da “torero di Maccarese” e quella recitazione così “poco italiana” da convincere perfino Wim Wenders a visitare il set. Che poi gran parte del merito per aver mantenuto in piedi quella baracca va al direttore di produzione, pensa di se stesso Sergio Vannucci, mentre cerca avidamente un compromesso al ribasso per acquistare della carne avariata con cui riempire i cestini del pranzo. Tutto è pronto, dunque, il regista dà un colpetto alla boccia in cui nuota placido il suo pesciolino rosso Boris, rilegge velocemente le battute che hanno scritto quei tre scansafatiche superpagati degli sceneggiatori e si può girare. “Motore, e… Azione!”…

Provare a raccontare cosa succede in Boris è davvero impossibile, e Gianluca Cherubini e Marco Ercole non ci provano nemmeno. La condizione necessaria e sufficiente per leggere questo libro è, infatti, aver visto la serie e il film - nati dalla penna di Torre, Vendruscolo e Ciarrapico - sulla cui trama gli autori del libro rivelano (giustamente) molto poco. Sarebbe veramente difficile trovare un senso logico e un filo conduttore a tutte le scene che si susseguono in Boris, e che, forse proprio per questo, risultano tutte fondamentali nel complesso equilibrio della serie. Queste pagine sono piuttosto il testo sacro per tutti i borisiani, per i pochi fortunati che l’hanno vista nella prima messa in onda sulla Fox, per chi l’ha visto in streaming e l’ha conosciuto con un passaparola appena sussurrato, fino a chi l’ha ammirata grazie a Netflix durante il lockdown. La cifra vincente di questo libro, infatti, sembra essere proprio la venerazione profonda (e del tutto giustificata) che gli autori provano nei confronti di questa serie. Quest’amore crea subito una fortissima empatia con chi legge (evidentemente anche lui un seguace di questo set così stravagante) ma, ed è impossibile non leggerlo tra le righe, anche con i protagonisti della storia. Questo libro “scritto a cazzo de cane”, come denuncia il sottotitolo, infatti, è semplicemente una carrellata di interviste a produttori, autori, registi e soprattutto attori di questa colorata giostra che si approssima a far uscire l’attesissima quarta stagione. Tutti loro, chi più e chi meno, sono finiti in Boris quasi casualmente, soprattutto perché erano amici di amici di amici. Non si tratta di quella becera amicizia interessata su cui si basa la raccomandazione all’italiana, quanto piuttosto su una sincera stima reciproca che lega tutti quelli che sono stati coinvolti nella produzione: sono amicizie nate calcando i palchi dei teatri di second’ordine della capitale, oppure intorno a un tavolo da osteria e che via via si sono consolidate in anni di amicizia, progetti condivisi e serate infinite in cui si rimane svegli fino all’alba. Amicizia che si mostra in maniera evidente e in modo corale soprattutto nei confronti del compianto Mattia Torre, che con la sua genialità istrionica e imprevedibile è il simbolo perfetto di quella che, a ben vedere, è davvero – e meritatamente – l’unica “fuori serie italiana”.