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Signora Auschwitz - Il dono della parola

Signora Auschwitz - Il dono della parola

Quando era bambina Edith Bruck attendeva impaziente, proprio come sua madre, l’arrivo del postino. Un uomo dall’aria stanca, portatore di messaggi buoni o cattivi. Che consegnasse notizie dai parenti oppure un pacco dono di vestiti smessi da cugini sconosciuti, gli si offriva sempre qualcosa da bere o mangiare. Oggi invece il postino è una figura ignota, sconosciuta, che spesso ci riempie solo di carte da buttare. Talvolta, nella corrispondenza in arrivo, Edith scova qualche lettera meritevole di una risposta impegnativa, come quella ricevuta anni fa da una liceale di Pescara che, rivolgendole un lungo elenco di domande, le chiedeva di aiutare la sua “giovane coscienza a non dimenticare”. Uno scritto che meritava più di una risposta sbrigativa, di un “silenzio colpevole” che Edith cerca oggi di giustificare. La Bruck spiega alla giovane autrice di questa lettera, ai morti nei lager nazisti e persino a se stessa perché “la sopravvissuta vuole sopravvivere e assaggiare, se mai sarà possibile, la propria terza età e terza esistenza fuori di Auschwitz”. “Signora Auschwitz”, così la chiamò un’impacciata studentessa che tempo fa le rivolse una domanda. Un luogo fisico che è divenuto interiore, un attributo identitario che travalicando spazio e tempo ha abitato il suo corpo “come una camicia di forza sempre più stretta”, come la “gravidanza infinita di un mostro” impossibile da esorcizzare, da cui non può separarsi per mantenere vivo il ricordo dei suoi morti. “Un altrove che pur facendo parte di me mi separava da qui e ora, mi toglieva la salute gettandomi in balia dei ricordi”…

È difficile trovare le parole giuste per affrontare un testo così emotivamente intenso. Edith Bruck, pseudonimo di Edith Steinschreiber, è una poetessa, scrittrice e regista di origine ungherese naturalizzata italiana. Nata nel 1931 in una numerosa famiglia ebrea, è una sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti. Il tempo verbale risulta però impreciso, va infatti coniugato al presente perché Edith ogni singolo giorno sopravvive. Signora Auschwitz non è solo l’amaro testamento di chi ha sopportato inenarrabili orrori, è una testimonianza sull’atto stesso, gravoso e sfiancante, di testimoniare. Un memoir schiettamente onesto sull’ingrato ruolo che in tutti questi anni la “narratrice di orrori” si è cucita addosso, ingabbiata nel ricordo. “Sognavo di poter vivere senza più andare in giro come una rappresentante di Auschwitz, l’archetipo di Auschwitz”. Per lungo tempo l’autrice ha cercato invano di “liberarsi dal dovere di testimoniare”. Un dovere martellante nella sua impellente urgenza, sempre in precario equilibrio tra i sensi di colpa conseguenti al naturale desiderio di voler “esistere fuori di Auschwitz”, la necessità di rivelare l’orrore vissuto per sugellare la promessa di lealtà a coloro che aveva guardato morire nei lager e la volontà di scuotere i giovani dal torpore, di “aprire un varco di luce nei loro sguardi opachi”. Una lettura scorrevole, profondamente riflessiva che consente di guardare oltre ciò che scioccamente si presume di sapere, oltre la grande forza d’animo di una donna che non ha mai smesso di raccontarsi nonostante la fatica, nonostante un dolore sempre vivo che, correlato ai disturbi fisici, le causa un malessere paralizzante, oscuro e antico, senza apparente causa organica. Così la Bruck, pubblicando alcuni stralci delle tante lettere ricevute nel corso degli anni, svela al lettore la sua verità nascosta. Racconta la confusione vissuta nel tentativo di trovare risposte a domande scomode, talvolta stupide e offensive, “dal sapore antisemita”, spesso poste nella preoccupante indifferenza di ragazzi sempre più insolenti e svogliati. Un disinteresse che assume la forma del rigetto autodifensivo, poiché all’autrice pare evidente il loro grande bisogno di rassicurazione. Si è sempre accorta delle reazioni liberatorie quando affermava che, nonostante la fatica di far coincidere Dio con ciò che aveva visto e vissuto, credeva ancora nel bene e nella solidarietà universale. I giovani d’oggi cosa sanno di quell’inqualificabile pagina di storia e delle barbarie compiute nel cuore dell’Europa solo mezzo secolo fa? “Perché non sanno? Di chi è la colpa?”. Non ci rendiamo conto dell’immorale radice che continua a ramificare nei nuovi razzismi e nelle guerre etnico - religiose. “Sembra che il passato non abbia insegnato molto, neanche Auschwitz e i gulag”.