Salta al contenuto principale

Sinnada

Sinnada

Sardegna, metà anni Cinquanta del Novecento. Elena, detta Lellena, è l’ottava figlia di Raffaellica, una figlia non voluta e mai amata. Ha i capelli chiari e gli occhi azzurri, ereditati da suo padre, un operaio di passaggio. Alla nascita la madre ha cercato di darla via, ma “figli da tribolare e portare avanti ne avevano tutti senza risparmio”, nemmeno il nome ha voluto darle, è stata la levatrice a sceglierlo. Vive in un paesino dell’entroterra sardo in cui solo le persone benestanti hanno la possibilità di calzare scarpe, lei le prime le riceverà in regalo a dodici anni, da un uomo. Uno dei suoi fratelli è morto prima che lei nascesse, appena nato è stato gettato nel camino dal marito di sua madre, un uomo che Lellena non ha mai incontrato, che sconta il carcere a vita. Sua madre fa vari lavori per sfamare i figli: lavora nei campi, raccoglie olive e castagne, pulisce case d’altri, va a letto con uomini che in cambio portano offerte libere, “elemosine”, cibo. Quando uno di quegli uomini entra in casa, i bambini vengono mandati fuori, tutti tranne il piccolo Zirolamo, che resta su una sedia, a sbavare, incapace di capire ciò che ha intorno. I soldi Raffaellica li usa per comprare da mangiare e ne tiene da parte per realizzare il suo sogno: comprare una radio e ascoltare le canzoni di Carosone “che le fanno allegria e voglia di ballare anche da sola”. Lellena dorme con sua madre su lenzuola che vengono lavate una volta al mese e sogna gli uomini che entrano in casa. Passa il tempo a vagare scacciata da tutti, nessuno le dà mai una carezza, riceve solo insulti, urla, bestemmie, essendo l’unica femmina i fratelli la escludono dai loro giochi; il suo aspetto è diverso dal loro, che hanno occhi e capelli neri. La madre non l’ha mai accettata, ma non ha pensato di liberarsene perché la coincidenza con l’altro infanticidio non sarebbe passata inosservata. La casa ha molte stanze, un tempo la abitavano persone benestanti travolte poi dalla vita, ma quelle stanza fredde e difficili da scaldare restano vuote, meglio dormire tutti insieme nello stesso ambiente, lei e la madre sul letto, i ragazzi su materassi di granturco che scricchiolano a ogni movimento. Credono tutti che lei sia muta e sorda dalla nascita, non ha mai parlato e non sussulta neppure per i rumori improvvisi. Siede spesso sul gradino davanti alla casa a osservare il mondo e annusarne gli odori, vaga per i boschi e nessuno si preoccupa delle sue lunghe assenze. Tra gli uomini che vanno a casa a fare l’elemosina alla madre c’è Bore, che possiede un bel cavallo scuro di manto e con una stella sulla fronte. Anche Lellena desidera avere quella stella sulla fronte, così una sera afferra nel camino un ramo ardente...

L’ottantaduenne Maria Spissu Nilson è nata a Scano Montiferro e oggi risiede a La Spezia, vanta una vita vivace e ricca di esperienze: instancabile viaggiatrice, artista visiva (le sue opere sono state esposte negli USA, in Argentina, Grecia e in Gran Bretagna), insegnante elementare, autrice di articoli culturali per il quotidiano “L’Unione Sarda”, ha pubblicato numerosi racconti su riviste nazionali – ama scrivere fin dall’età di sedici anni – e dopo i romanzi L’uomo del sale (Amazon 2013) e L’uomo sulla sabbia nera (Curcio 2016), grazie a Feltrinelli fa conoscere ai lettori la storia della piccola Elena, la Sinnada appunto. Elena, detta Lellena, è una bambina che si è procurata un’ustione sulla fronte che ha l’aspetto di una croce, attraverso la cicatrice la gente crede possa guarire persone e animali, ciò fa di lei una predestinata: “Este sa sinnada, Lellena Sullai, quella che guarisce la gente, la figlia di Raffaellica, già la conosci”. La Spissu, lettrice appassionata di Saramago e Borges, è abile nel descrivere e caratterizzare il contesto rurale e miserevole della Sardegna degli anni ‘50, la lotta per rimettere insieme i pezzi dopo la guerra, la bestialità che accompagna la fame, l’esistenza senza scopo degli emarginati, l’analfabetismo, il classismo che porta a ritenere inferiori i poveri, limitati per natura e meno intelligenti. Lellena cresce senza affetti, la tenerezza verso i bambini è considerata superflua e dannosa “giacché è ritenuta debolezza gravida di vizi il carezzare i bambini, specialmente se maschi”. La svolta arriva dopo l’incontro con Gualtiero De Simone, un capitano di nave napoletano, in convalescenza in Sardegna, che la scorge sul gradino di casa durante una passeggiata, quando lei ha circa nove anni. È lui a notare le sue qualità e si impegna per liberarla dallo stato di abbandono in cui vive e farla studiare. La Spissu ha scelto di raccontare una storia di riscatto, mette in luce il valore dell’istruzione, la bellezza della parola scritta e delle storie, la necessità di conoscere il mondo per avere consapevolezza di sé, per capire quale sia il proprio destino. Nel romanzo aleggia un’atmosfera magica, suggestioni antiche, presenze ancestrali che accompagnano Lellena e le sue visioni mentre corre libera nel bosco e nei campi, a cui fanno da contraltare le pagine dolorose dedicate alla vita in manicomio, tra follia e solitudine. L’idea del libro è nata durante un viaggio nei Paesi Baschi insieme al marito, il traduttore David C. Nilson (scomparso nel 2021), il progetto prevede un ulteriore romanzo che racconti la Sardegna attuale, come rivelato in un’intervista su “La Nuova Sardegna” il 15 marzo del 2026.