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Slow Horses - Un covo di bastardi

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Una svista, un misunderstanding, una camicia blu e una t-shirt bianca. O era il contrario? È questione di secondi quando il soggetto che indossa quegli indumenti è un potenziale attentatore suicida ed è all’interno di un’affollata stazione piena di viaggiatori e pendolari che rischiano di trasformarsi in un istante in carne da macello. Da quell’errore alla Casa nella palude – la chiamano così nonostante sia lontanissima da qualsivoglia territorio paludoso – il percorso è breve e rapidissimo. Un edificio anonimo circondato da altrettanti anonimi e spettrali edifici intorno ai quali si percepisce la vita solo dai rifiuti che ricompaiono dopo che gli appositi mezzi li hanno tolti dal marciapiede. I pochi che ci lavorano, sparsi sui vari piani forse a seconda dell’importanza, sanno di essere in un limbo. Certo River Cartwright sa che non parteciperà più a operazioni vere e proprie, ma l’ordine di Lamb, il “cavallo zoppo” più alto in grado nella Casa nella palude, è stato chiaro. Deve prendere la spazzatura di un giornalista non più rampante, una specie di “cavallo lento” anche lui, se non addirittura un paria, Robert Hobden. La ragione non lo deve riguardare, comunque sia se sei ancora nel 5 – così viene detto l’MI5 – gli ordini si eseguono e basta. Una notte sotto la pioggia battente, un piccolo sotterfugio e infine il sacchetto dell’immondizia del giornalista viene svuotato nell’ufficio che River divide con Syd. Ad un certo punto gli viene anche il sospetto che la richiesta sia stata solo un modo di Lamb per umiliarlo, in quel sacchetto non c’è assolutamente nulla se non della volgarissima e puzzolente spazzatura. Ma qualcosa di grosso distoglie River e i suoi colleghi dalla puzza: un video di dodici minuti mandato in loop. Un uomo vestito con una tuta arancione, abbigliamento tristemente noto, incappucciato e con i guanti, è fermo davanti a una telecamera con un giornale inglese, la data bene in evidenza e il messaggio agghiacciante: fra quarantotto ore verrà decapitato…

Una spy-story quella scritta da Mick Herron, autore britannico, di cui questo è il primo romanzo tradotto in Italia – dal fantastico Alfredo Colitto - da cui è stata tratta anche una serie con Gary Oldman a interpretare Lamb. Un romanzo appassionante che parte per così dire in sordina, ricordando vagamente la scrittura sopraffina di Graham Greene e con calviniana leggerezza - che si affievolisce pagina dopo pagina - affronta uno degli incubi che qualche tempo fa hanno attanagliato tutto il mondo occidentale, quello del terrorismo islamico. Esiste l’MI5 e come tutti i Servizi Segreti – che se metà delle cose che raccontano i romanzi sono vere, viene da chiedersi perché si chiamino “segreti” – ha svariate diramazioni. La Casa nella Palude è una di quelle destinazioni che nessuno vorrebbe mai raggiungere, un posto dove qualunque sia stato il livello raggiunto, sei uguale a tutti gli altri. Uno/a che non conta più nulla, a cui vengono assegnati compiti del tutto inutili, perché qualunque sia la gravità dell’errore che hai commesso, non ti verrà data l’opportunità di farne un altro. Un buon romanzo sicuramente, a cui si possono imputare due difetti che non ne compromettono comunque né la godibilità né la leggibilità. Manca di continuità stilistica: l’autore parte con una narrazione punteggiata di battute ironiche, situazioni al limite del paradossale, poi quando entra nel vivo dei fatti si concentra sull’azione, anzi sulle azioni incrociate e si dimentica com’era partito. I personaggi mantengono le caratteristiche ma cambia proprio la narrazione. Da un certo punto in poi inoltre si inserisce pesantemente una deriva politica che se ha un senso per quanto riguarda una parte dei fatti, si estende senza troppa convinzione, quasi che l’autore ce l’abbia voluta infilare a forza per ribadire la sua posizione personale senza che questo nulla tolga e nulla aggiunga alla storia. Consigliato a chi ama il genere, in caso contrario si rischia l’abbandono dopo poche pagine.