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So che un giorno tornerai

Trieste, fine anni Sessanta. Angela Pipan, non ancora ventenne, partorisce una bambina senza nome, perché, per avere un padre, doveva essere maschio e chiamarsi Giorgio. Così Katiuscia o Emma – la protagonista d’un fotoromanzo o l’eroina di Flaubert – non fa differenza. Saranno Igor e Nerina Pipan, i nonni, insieme alla loro tribù di figli maschi, ad accogliere con gioia la piccola, a insegnarle il calore dell’amore. Perché alla parola “papà” Emma non sa bene cosa o chi associare (non conosce Pasquale il jeansinaro calabrese, il grande amore di Angela), mentre è per la “mamma” che “lavora lontano” da Trieste e da via della Bora – da “quella casa all’angolo tra la chiesa, il vento e il cielo” – che si sforza d’essere il più possibile come gli zii: “Così divento maschio e mia mamma torna”. Ma la pipì in piedi proprio non le riesce, e forse è per questo che Angela, sua madre, resta ancora un disegno sfocato e senza contorni definiti, una fiaba che fatica a diventare realtà...

“Ognuno di noi s’innamora di chi ci guarda per un attimo e poi ci sfugge per sempre”: Luca Bianchini, con estrema semplicità, ricostruisce la storia o le storie, un po’ malinconiche e un po’ travagliate, di amori (quasi) persi. Troppo forti e insensati, nei brevi scorci in cui vengono vissuti o quasi solo spiati –, e troppo flebili e pensati, quando vengono ricacciati – come vestiti che ormai non vanno più. Essi necessitano di amori-surrogati che suppliscano al tempo della loro intempestività, del loro essere perennemente fuori tempo o controtempo; eppure, nemmeno la Bora riesce davvero a spazzarli via, a scombinarli sul serio. Anche dagli affetti più storti e stonati, però, può nascere almeno un pizzico d’armonia. C’è ancora tempo per ritrovare il tempo, forse proprio quando si accetta davvero di aver perso, di essersi persi. È li che ci si ritrova e ci si riconosce: nella vita che non si arresta né si assesta, ma si asseconda, come i refoli di vento e le bracciate di Bora che spingono ad andare non dove vuoi, ma dove puoi. E quale città meglio di Trieste può cullare il racconto di amori così tenaci e fragili, così dolci e austeri, avvolgenti e solenni.