Salta al contenuto principale

Sogni e favole

Sogni e favole

Inizio anni Ottanta. Emanuele Trevi, appena maggiorenne, lavora in un Cineclub romano. Una sera, dopo l’ultima proiezione di un film di Tarkowskij, si accorge di un uomo che resta fermo sulla poltrona, a sala ormai vuota, il viso rigato di lacrime. Sa che deve invitarlo a uscire ma tentenna perché “nella luce cruda del fine spettacolo, quell’uomo piangente era come l’incarnazione visibile del potere dell’opera d’arte”. L’uomo è Arturo Patten, uno dei più famosi fotografi ritrattisti, americano ormai trapiantato da anni nella capitale. La loro amicizia nasce in quel momento. Molti anni dopo, mentre passeggia per le strade di Roma, per andare a vedere di nuovo la casa dove nacque Metastasio, gli tornano alla mente Arturo e alcuni personaggi che entrambi conoscevano: Amelia Rosselli e Cesare Garboli. Entrando nella Chiesa Nuova si ricorda del funerale dell’amico (impiccatosi in un albergo siciliano), celebrato in assenza della salma, sepolta in un piccolo cimitero dell’Agrigentino. Proseguendo nella sua camminata, raggiunge via del Corallo dove abitavano sia Arturo sia Amelia Rosselli, a pochi metri l’uno dall’altra. Emanuele aveva visto per la prima volta la poetessa quando, a 15 anni, aveva accompagnato un’amica al Festival della poesia di Castelporziano nel 1979 ed era rimasto folgorato dalla sua essenza straordinaria, rispetto alla massa di spettatori che rappresentavano “il più brutale conformismo, e l’ignoranza rispetto alla poesia”. In realtà lui l’aveva vista ben prima, ma non poteva ricordare di essere stato preso in braccio, neonato, da Rosselli, amica del padre psicanalista. Anni più tardi, l’aveva accompagnata a casa dopo una lettura di sue poesie; ricorda che non disse una parola durante l’intero tragitto, “emetteva a intervalli qualcosa come un lievissimo lamento – forse un modo per tenere a bada il flagello delle voci interiori”. Cesare Garboli invece gli era stato presentato dallo stesso Arturo. Garboli, critico letterario affermato, sapendo che Trevi era studioso di Dante e di poesia, gli aveva chiesto se conosceva il sonetto di Metastasio Sogni e favole io fingo...

Emanuele Trevi, critico e scrittore romano, ci propone da subito una questione e cioè che genere di libro ci si appresta a leggere. Difficile da dirsi perché si tratta di una miscellanea di generi: un non-fiction novel, un’autobiografia, una raccolta di biografie, un saggio letterario, un saggio sociologico. Trevi racconta episodi della sua vita, in uno sparso ordine cronologico, attraverso gli incontri con tre personaggi autorevoli del campo dell’arte: il fotografo ritrattista Arturo Patten, la poetessa Amelia Rosselli, il critico Cesare Garboli. Su tutti aleggia lo spettro di Metastasio, di cui riprende un verso del sonetto Sogni e favole io fingo per titolare il suo libro. Come afferma lo stesso scrittore, in un’intervista rilasciata alla rivista “Satisfaction”, “I miei personaggi sono persone vere, e prima o poi mi si impongono, o meglio riaffiorano dalla dimenticanza, in modo abbastanza misterioso. Non c’è nulla che davvero li leghi tra loro o alla poesia di Metastasio, è solo la mia mente a creare connessioni verosimili”. In realtà, Metastasio, Garboli e Trevi hanno un legame più che verosimile, visto che appena conosciuti, grazie a Arturo, il critico (il “grande critico”) bacchetta lo scrittore perché non conosceva quel sonetto e poco prima della sua morte gli “commissiona” un saggio sul poeta (saggio che non vedrà mai la luce). Trevi e Patten sviluppano una grande connessione mentale già al loro primo incontro. “Chi era Arturo per me – scrive Trevi – un Grillo parlante o un Lucignolo? Credo che le persone davvero importanti nella vita di ognuno, alle quali si può attribuire un’influenza decisiva e prolungata, siano un ibrido molto più complicato”. A Patten, Trevi riconosceva la capacità di quel vedere (già caro a Rilke) “che non è un semplice prendere atto del mondo esterno. Si può definire una capacità di comprensione e di assimilazione, l’esteriore che diventa interiore”. Di Amelia Rosselli, “anima in pena” (come ama definirla) ci restituisce un ritratto della sua schizofrenia in caduta libera (si passa dai primi cappuccini adulterati con qualche droga, alla CIA che la spia costantemente, attraverso impulsi elettromagnetici che le catturano anche i pensieri e comandano la sua volontà, alle 6-7 voci maschili e femminili che le parlano giorno e notte tormentandola con la parola GOOD), con razionalità come se i suoi deliri e le sue ossessioni fossero una realtà oggettiva. Amelia rappresenta, insieme a Arturo e a Metastasio, il filo rosso dell’intero libro: la realtà che è finzione, tutti noi viviamo in fondo in una persona che indossa la sua maschera, come i bambini che iniziano i loro giochi con “facciamo che io ero”. Pochi hanno la capacità di capire dove sta il sogno, dove sta la favola. Amelia Rosselli ne Storia di una malattia pubblicata sul n° 56 della rivista “Nuovi Argomenti” (1977) racconta con apparente distacco ciò che vive nella sua mente, riuscendo quindi a vedere la sua maschera e a distinguere, ci fa capire Trevi. Lo stesso Arturo Patten riusciva a cogliere nel frammento di tempo di uno scatto fotografico il vero dietro il velo. Nel suo percorso per le strade di Roma, affrontando i suoi ricordi Trevi ci regala un notevole numero di riflessioni (che costringono a brusche frenate della lettura), esprime la sua verità sull’arte, su come la bellezza fosse più autenticamente e profondamente recepita negli anni Novanta, mentre nel nuovo millennio non esiste una bellezza duratura (l’esterno che diventa interiore) ma solo “cazzate di cui si parla qualche mese fino all’arrivo di nuove cazzate”. Le sue opinioni sono appunto le sue, la verità è la sua verità. Io mi dissocio volentieri sia dalla terminologia (non perché io abbia un animo delicato ma perché un minimo di rispetto per chi scrive e fa del suo meglio mi pare quanto meno auspicabile) sia dalla sostanza. Come lui stesso afferma l’opera deve rappresentare la vita di chi la scrive. Benissimo, concordo. In questi venti anni ci sono stati sconvolgimenti sociali, economici, ecologici, tecnologici che hanno cambiato la vita di tutti; è materiale su cui ragionare e su cui scrivere, una grande possibilità per gli scrittori di analizzare e di restituirci questo mondo nuovo, cercando di trovare una nuova e diversa bellezza, vivendo in questo presente, analizzandolo in maniera non superficiale. Con questo libro Emanuele Trevi si è aggiudicato il Premio Viareggio 2019.