Salta al contenuto principale

Sogno e realtà dell’America Latina

Tutto comincia con il mito dell’Eldorado, della terra dell’oro e dalle antiche cronicas dei numerosi compilatori che accompagnarono le spedizioni dei condottieri e vice-regnanti nelle Indie americane, sedotti dai racconti favolosi di quelle terre misteriose. Capita così che spesso la realtà storica venne messa in secondo piano, come ricorda bene il peruviano Raùl Porras Barrenechea “La finzione, l’amore per le cose rare e peregrine, predominano sul gusto del reale e del comune”. La nuova terra risponde alla necessità di dare una risposta alla curiosità del Vecchio Continente anche distorcendo la tradizione religiosa, etnica, sentimentale e storica dei popoli conquistati. Nascono credenze e tendenze immaginifiche, col beneplacito non sempre involontario degli autoctoni, una nuova cosmogonia che alimenta l’illusione per un mondo che non c’era ma che così poteva essere accettato, a partire dai luoghi simbolo del nuovo continente, come la Foresta Amazzonica ed il Rio delle Amazzoni che devono il loro nome alla tradizione mitologica greca, che prevale sulle tradizioni locali. Anziché andare nella direzione dell’integrazione e dell’ibridazione fra vinti e vincitori, si affermò una frattura che ancora oggi è colpevolmente insanata, ma speriamo sia sanabile. Hidalgos, mercenari, gesuiti o membri di altri ordini religiosi, semplici contadini o borghesi benestanti accorsero a colonizzare le nuove ricche terre di Eldorado, riversandoci nel corso del tempo anche speranze e sperimentazioni: il continente latinoamericano da paradiso mitologico aureo e esotico divenne il luogo perfetto nel quale potevano avverarsi le politiche del socialismo e del marxismo europeo…

Sogno e realtà dell’America Latina, del premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, è un breve pamphlet che condensa in poche pagine spunti (soggettivi, ma che poi si rivelano universali) per riflettere su alcuni aspetti che interessano tutt’oggi l’America Latina. Partendo da alcune costruzioni stereotipate ed indagando il processo di descrizione avvenuto nei testi letterari dal Cinquecento ad oggi, Vargas Llosa ripercorre e documenta le tappe della costruzione mitologica del Sud America, frutto di un’aggressione culturale che ha distorto le tradizioni folkloriche ed ha definito un repertorio mitologico ad hoc per soddisfare le ansie, le paure e le speranze del cosiddetto Vecchio Mondo. Il risultato fu l’accentuarsi di un sensazionalismo esotico che caratterizzò a lungo, fino al Novecento, l’immaginario degli europei, ma anche una forte cesura fra gli europei stessi e gli indios. L’Europa provò a prolungare la stagione dell’epopea cavalleresca in terra sudamericana, paragonandola alle descrizioni dei romanzi in voga nelle corti iberiche, da cui partì l’assalto. Dall’altra parte gli stessi autori latino americani, e questo mi pare il punto forte e nuovo del saggio di Vargas Llosa, non si sforzarono affatto di sovvertire l’invasione culturale europea, anzi su di essa e con essa ricostruirono in parte la loro storia.Il testo è ben lontano dall’analisi capillare e magistrale di Eduardo Galeano (Le vene aperte dell’America Latina), anche se fornisce una lettura antropologicamente più puntuale dell’incapacità, a tratti condannata, dei ‘sudamericani’ di reagire all’aggressione dell’Occidente. In un certo senso va nella direzione della poetica cinematografica di Spike Lee che denuncia l’apatia dei negri afro-americani, più propensi a recriminare per la loro condizione che capaci di sovvertirla. Siamo cioè in quel filone che Howard Jacobson e Nathan Englander hanno ben tracciato per rileggere la situazione ebraica, non come forma di revisionismo, ma andando oltre i cliché della omologazione al vittimismo per liberarsi dal peso drammatico della tradizione, di cui però non ne perdono il senso.