Quando tre anni fa, appena laureato, si è presentato la prima volta alla scuola n. 86 di via Dimitrie Herescu, in quell’angolo sperduto del quartiere Colentina, ricorda di aver pensato: “Comunque, non farò l’insegnante per tutta la vita. Un anno al massimo, finché mi prenderanno nella redazione di una qualche rivista letteraria”. E per un po’ ha continuato a pensarla così. Poi, lentamente, si è adattato. E ora sente che invece passerà altri quarant’anni sempre uguali, sempre qui, alla scuola n.86, fino alla pensione. Da ragazzo voleva fare lo scrittore, si sentiva di essere un poeta. Nell’estate del 1975, quando aveva diciannove anni e aveva appena ottenuto l’ammissione alla Facoltà di Lettere, stava da solo tutto il giorno a leggere sotto le lenzuola bagnate di sudore oppure vagava per le vie periferiche di Bucarest, smarrendosi “tra case stravaganti come dei bunker di un altro pianeta”, entrando in quelle disabitate, aggirandosi in silenzio in stanze logore e cantine che odoravano di terra. È durante quella estate interminabile che ha capito che Bucarest non è come le altre città, che si sono sviluppate nel tempo, “mutando casupole e depositi in grandi condomini, sostituendo i tram trainati da cavalli con il tramvai elettrico. Essa era apparsa all’improvviso, già in rovina, cadente”. Nel 1976, invece – dopo nove mesi di surreale servizio militare – ha scritto un poema, La caduta, che riteneva sinceramente un capolavoro assoluto “in cui tremolava e crepitava con una fiamma eterna il Tutto”. Un Tutto che si è sgretolato miseramente la sera del 24 ottobre 1977 al Cenacolo del Lunedì, che si teneva ogni settimana nello scantinato della facoltà di Lettere. Qui ha declamato fremendo i suoi versi, che subito dopo sono stati demoliti, derisi, schifati dai suoi colleghi d’università e da un critico letterario presente all’incontro. Da allora non ha scritto più niente, annientato. Nel 1981 – un anno dopo aver preso servizio alla scuola n. 86 – ha comprato la casa in cui vive ancora. La madre non poteva crederci, la via Maica Domnului per lei era una strada di prostitute e delinquenti: “Per questo hai studiato tanto, per abitare con degli zingari?”. A lui invece quella strada è “sempre parsa un tentacolo del sogno all’interno del mondo desto”: in via Maica Domnului “non esiste nemmeno una casa normale, perché la stessa normalità qui cessa”. La casa ha una forma stranissima, sembra quasi una nave. L’ha costruita il precedente proprietario, l’anziano Mikola, che in realtà si chiama Nicolae Borina ed è stato un allievo di Tesla, inventore, fisico, architetto, persino una specie di medico. Gli ha raccontato di aver costruito un solenoide di rame capace di guarire da molte gravi malattie con la sua energia. E di aver sepolto il suo enorme solenoide proprio nelle fondamenta di quella casa, situata in un punto “magico” della rete energetica che secondo Mikola percorre il globo terrestre…

In più di 900 pagine Mircea Cărtărescu racconta tante cose, inevitabilmente. E tra le tante, racconta anche di sé. Un viaggio verso la verità e l’identità che attraversa territori perlopiù immaginari, stranianti. Il narratore senza nome, infatti, vive una vita molto simile a quella dello scrittore rumeno fino al punto cruciale di biforcazione in cui le loro strade iniziano a divergere. Il momento in questione è una serata letteraria all’Università di Bucarest, sul finire degli anni Settanta: qui un giovane aspirante scrittore lesse in pubblico il suo ambizioso poema La caduta. Il protagonista di Solenoide va incontro ad un disastroso fiasco e rinuncia per sempre alle sue ambizioni letterarie. Cărtărescu invece in quell’occasione venne notato dal critico Nicolae Manolescu, che fu decisivo nel lanciarlo tra le stelle della letteratura romena. Da questo momento in poi, parlare di memoir è veramente riduttivo, se non pretestuoso: reale e surreale si alternano senza soluzione di continuità, si stratificano. Vero e proprio romanzo-mondo, il lavoro di Cărtărescu è composto da strati narrativi sempre più profondi, sedimenti geologici sovrapposti, ognuno con una diversa componente autobiografica ma inserita in un contesto immaginario e immaginifico. Non c’è una netta distinzione in Solenoide tra eventi reali, ricordi, sogni e allucinazioni, eppure proprio i sogni sono la chiave che apre la porta a ciò che è nascosto sotto lo strato di vernice scrostata dell’apparenza. Sullo sfondo – anzi no, non sullo sfondo, perché è sempre presente, come una immane matrice organica, come l’oceano pensante di Solaris – c’è la Bucarest del tramonto del Novecento. “Ho inventato la mia personale Bucarest”, ha spiegato Cărtărescu in una recente intervista. “Questa città non esisteva prima che io pubblicassi i miei libri. La vera città era solo una sorta di progetto per la mia città allucinatoria, visionaria e profetica che brilla non sotto la cupola azzurra del cielo, ma dentro il mio cranio. Non c’è da stupirsi: tutte le città della letteratura sono immaginarie: la Dublino di Joyce, la San Pietroburgo di Dostoevskij, la Alessandria di Durrell o la Buenos Aires di Borges. Puoi viaggiare in ognuna di queste città e non riconoscerai mai l’atmosfera strana, esotica, fantastica, inquietante, sensuale e nostalgica descritta dallo scrittore che l’ha creata”. Che romanzo è dunque questo? Siamo – per capirci – dalle parti di Roberto Bolaño, Alan Moore, David Foster Wallace: non si azzardi nemmeno a toccarlo il lettore che non ha voglia di misurarsi con una sfida letteraria esoterica, con una prosa erratica, esitante, talvolta persino inconcludente ma ipnotica, con immagini e riflessioni capaci di inquietare davvero, con un software in grado di aprire cartelle di file nascoste nel database della nostra anima.