Salta al contenuto principale

Solo

Solo

Stoccolma. Primi anni del Novecento. Dopo dieci anni di soggiorno in provincia, è tornato nella sua città natale. È a pranzo con dei vecchi amici. Hanno tutti passato la quarantina; le tempie e la barba sono brizzolate, le braccia più rigide quando devono infilarsi i soprabiti. Passano il tempo conversando, ma lui nota una certa tensione aleggiare tra gli uomini a seguito delle chiacchierate. Non hanno più luminosi pensieri rivolti al futuro, ma volgono lo sguardo al passato, malinconicamente. E poi, dopo tutti quegli anni, i legami sono oramai allentati. Il disagio è sempre più palpabile. Un ulteriore contrasto di anime è quello tra scapoli e ammogliati. Giunti al caffè, i signori mariti monopolizzano la conversazione incentrandola attorno alle loro beghe familiari. Si chiede che senso abbia essersi liberato delle proprie preoccupazioni se deve sorbirsi le angosce altrui. Queste serate si ripetono per qualche settimana. Ogni notte, una volta rincasato, avverte la “vacuità di questi bagordi, durante i quali si voleva udire solo la propria voce e imporre agli altri le proprie opinioni.” Così, inizia a sospendere le sue visite al caffè e si addentra sempre più nella placida fortezza della sua solitudine...

Scritto nella primavera del 1903 su sollecitazione dell’editore Bonnier, il romanzo di August Strindberg - drammaturgo, scrittore e poeta svedese spesso associato al norvegese Henrik Ibsen per la rilevanza della sua produzione - si pone come un’opera dai vaghi riferimenti autobiografici e dalle profonde riflessioni esistenziali, estetiche, poetiche. Solo appare come la trascrizione di una peregrinazione fisica e mentale delle impressioni di un gentiluomo di inizio Novecento. Leggendo il libro sembra infatti di indossare le lenti attraverso cui il protagonista vede il mondo e interagisce con esso, scelta che rispecchia la prospettiva di Strindberg, il quale affermava che “noi non viviamo nella realtà, bensì nelle nostre rappresentazioni della realtà.” Il protagonista - rigorosamente anonimo - accorgendosi di provare una forte insofferenza nelle situazioni sociali più comuni, si rende conto di trovare pace e pieno appagamento solo ed esclusivamente in solitudine. Decide così di trascorre sempre più tempo da solo, ma tale decisione non ha nulla a che vedere con un’esperienza di eremitaggio punitivo. Tutt’altro. Egli vive la propria solitudine in maniera propositiva e produttiva, come un’esperienza di rinnovata autenticità. Perfetta incarnazione del flâneur baudelairiano, quando non è nel suo appartamento a scrivere per il teatro (esperienza per lui intensissima: quando scrive è un demiurgo, è un dio!) il protagonista vaga per le vie della città che, come afferma Franco Perrelli (traduttore e autore dell’introduzione) è “il palcoscenico elettivo della commedia umana”. Queste passeggiate dunque non sono semplici camminate, bensì sono il pretesto per assorbire la vita e giungere così all’essenza delle cose attraverso acute osservazioni e raffinate riflessioni. Non solo ogni casa può offrire lo spunto per un dramma, ma la vita stessa appare come una patina che spesso cela qualcosa di più profondo, di metafisico. La peculiarità di quest’opera risiede inoltre nella fluidità della forma: all’interno della forma romanzo, l’autore integra due poesie (Ahasverus e Ululano i lupi) così come una scena allucinata e spettrale, sorta di catabasi urbana. Solo è consigliato a chiunque desideri approcciarsi a una lettura intimista, profonda, filosofica forse un po’ ombelicale ma sicuramente unica perché “questa è infine la solitudine: avvolgersi nella seta dell’anima, farsi crisalide e attendere la metamorfosi che non può mancare”.