Salta al contenuto principale

Solo una canzone

Solo una canzone

Una vita senza soddisfazioni, un’attività che non sta in piedi e la voglia di lasciar andare tutto in malora. Un desiderio che il protagonista sa di non avere la forza di realizzare, non è proprio il tipo lui, ma se lo tiene stretto lo stesso. Giorno dopo giorno porta avanti stancamente la trattoria, cibi surgelati e scaldati nel microonde al momento di servirli, unica saltuaria eccezione le tagliatelle della Gianna che ormai - più vecchia che giovane e senza entusiasmo - continua comunque a farle a mano. Insieme a loro c’è il Silverio, consumato da una malattia misteriosa ma che tiene duro e continua a far su e giù dalla cella frigorifera. Va da sé che le recensioni su Google non sono esattamente da quattro stelle, anzi difficilmente raggiungono le due e molto più spesso sono da una stella. Lui ha sempre odiato la gente, è rimasto lì a portare piatti perché il debito fatto dal padre per aprire “La luna nel pozzo” – che appena sotto la Romagna diventa “La luna nel posso” – non è ancora stato estinto. Era un bel tipo il suo babbo, camionista analfabeta che però leggeva la musica, aveva imparato da solo e la sera cascasse il mondo lui prendeva in mano il sassofono e suonava. Amava la musica a tal punto che arrivato alla pensione, con grande disappunto della madre che aborriva i debiti, ha messo in piedi la trattoria proprio per poter fare le serate e suonare. Un amore trasmesso quasi geneticamente quello per la musica, unica consolazione in quella situazione difficile e con un matrimonio senza amore. La sua è una vita senza ambizioni né soddisfazioni, l’unica cosa che lo tiene vivo è il desiderio spasmodico di scrivere una canzone. Una sola. Non per diventare famoso, non per diventare ricco, non per avere riconoscimenti ma per sé. La maledetta invece gli sfugge, ha solo la prima strofa dell’inciso e non c’è verso di centrare il ritornello…

Un uomo che si identifica solo nei fallimenti, anche quando non sono i suoi. La trattoria è un’eredità di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Non riesce né a farla andare né a chiuderla, lo fa vivere male comunque, lo fa sentire perennemente in bilico. Ancora si chiede dopo tanti anni perché lui e Ave - la moglie paleontologa che è evidentemente frustrata quanto lui - continuino a stare insieme. La conclusione a cui giunge è che lui di combattere proprio non ne ha voglia, non ci è portato. Forse con un piccolo sforzo potrebbe farcela a mollare, ma non sa mica. Roberto Livi, un clavicembalista timido e schivo (non si trova su di lui una parola in Rete che non sia legata al libro) ha raccontato una vita sconfitta, forse, sicuramente estremizzandola un po’ e calcando la mano, ma neanche tanto. La storia di tanta gente, gli invisibili che non hanno profili social o li hanno ma non li usano mai, che fanno quel che si deve senza trovare mai una ragione per cambiare, tutte quelle persone che si trascinano dietro i pesi che altri gli hanno messo sulle spalle e non hanno quasi mai la forza per scrollarseli di dosso, che non riescono nemmeno a immaginare di poterseli scrollare di dosso. Una storia triste ma paradossalmente divertente. È raccontata con quel linguaggio un po’ surreale che caratterizza la zona geografica di provenienza e anche l’autore stesso, che pur non essendo scoppiettante come un romagnolo essendo di Pesaro, ha comunque dalla sua la genetica di prossimità che rende leggero il racconto inframmezzandolo con battute e situazioni paradossali, un po’ come si faceva una volta nelle stalle, quando si parlava di fatti e fatterelli esagerando le reazioni le azioni e le situazioni. Ho parlato di un protagonista – unico personaggio senza nome – ma in realtà sarebbe forse più corretto dire che la protagonista è la canzone che non riesce a finire di comporre. Livi ne fa una metafora di quell’unica cosa che spesso troppe persone vedono come l’unica cosa che potrebbe farle felici, perdendo di vista tutto il resto. Quella necessità, assolutamente superflua, che per molti diventa l’alibi che impedisce di vivere. Notevole il “colpo di scena” con cui si conclude il romanzo, lascia aperti i risultati di tutte le somme che si vogliano tirare a seconda dell’indole di chi legge.

LEGGI L’INTERVISTA A ROBERTO LIVI