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Sono quasi pronto

Sono quasi pronto

Meg, un’amica di sua moglie Bianca, è una psicologa e gli ha detto che l’adolescenza dura trent’anni. Forse è questa la ragione per cui lui, alla fine, la bambina che ancora deve nascere l’ha sognata, in carne e ossa, in 3D, mentre era intenta a cercare una pancia che potesse accoglierla, una pancia morbida e calda, come quella di Bianca, appunto. Il giorno in cui lui e la moglie vedono la doppia striscia blu sul test di gravidanza e hanno la certezza che diventeranno genitori è anche il giorno in cui sua madre sta per morire. Ed è lo stesso giorno in cui lui finalmente riesce a configurare Google home, mentre continua a chiedersi quando finirà la storia dell’essere costretti in casa, con l’unica libertà di affacciarsi sui balconi, tutti alla stessa ora, per cantare in coro l’inno d’Italia e poi lanciarsi in un lungo applauso. È il giorno in cui lui è felice, ma allo stesso tempo si sente in colpa per esserlo, e allora diventa un po’ triste. E gli viene da piangere. E si chiede se diventare adulti sia proprio questo: essere tristi e felici insieme. Essere felici e tristi insieme e non avere la più pallida idea di quello che si deve fare? Lui insieme a Bianca un po’ adulto crede di esserlo diventato. Se non altro ha imparato che, quando si va a fare la spesa, non si riempie il carrello solo di sofficini, coca cola o gelati, ma anche di ciò che permette di sopravvivere. Ha imparato a fare le lavatrici, a chiudere gli sportelli dei mobili. Ma continua a nutrire certe paure. Come quella della morte, ad esempio. Una sera, prima di addormentarsi, confessa a Bianca di temere il momento in cui gli occhi si chiudono e la sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo. Ecco la ragione per cui, ogni volta che incontra qualcuno, gli viene da pensare a come è stato prima: la signora anziana che va a fare la spesa appoggiata a un trolley e calza scarpe ortopediche, com’era da ragazza? E Bianca, prima di conoscere lui e di accettare la convivenza, com’era? Che bambina era? E – tornando agli interrogativi iniziale – da cosa si capisce che una persona è un adulto? Dall’auto? Dalla barba?

Giorgio Biferali, autore romano classe 1988, si cimenta con il suo ultimo lavoro in un’impresa che avrebbe potuto diventare un’arma a doppio taglio: raccontare la vita adulta. E riesce a farlo senza indulgere nella retorica inevitabilmente legata a questo tema. Non scivola in certi cliché e frasi fatte che avrebbero potuto trasformare il romanzo in una commedia rosa. No. Biferali – che dalla sua ha una penna fluida, capace di cogliere l’essenziale e di indulgere nei dettagli solo quando serve – racconta l’età adulta, appunto, con lo sguardo adolescente, affronta argomenti rischiosi maneggiandoli con la dovuta attenzione, mostra una quotidianità che accomuna ma che, allo stesso tempo, appartiene solo a lui: la gravidanza della sua compagna Bianca; il corso preparto, la malattia della madre; la ricerca della musica migliore da far ascoltare alla piccola Matilde coccolata dal calore della pancia della madre; gli scontri con il padre, incallito fumatore; i mobili Ikea da acquistare; il Covid; la preoccupazione legata alla progettazione e alla scrittura di un nuovo romanzo. Sono momenti di vita quotidiana, quelli raccontati da Biferali, che mostrano come, per quanto si tratti di situazioni facilmente condivisibili, appartengano alla sua vita, alla sua soltanto. Ecco allora in arrivo la consapevolezza che di fronte a certe scelte e a certe esperienze si è soli, terribilmente e inesorabilmente soli. Una storia autobiografica che si fa universale nel momento in cui si comprende che i pezzi di vita vera che Biferali riporta sulla pagina, attraverso un fiume di parole che scaturiscono direttamente dal suo flusso di pensieri, possono preoccupare, ferire, oppure aprire il cuore e inondarlo di calore. In ogni caso si tratta della vita, delle aspettative che essa genera e dei cambiamenti che spesso impone. La vita che procede, inesorabile, e di fronte alla quale ciascuno è protagonista, ed è speciale nella sua semplice normalità.