Fine novembre 2008, direzione santuario della Difunta Correa a Vallecito, meno di cento chilometri da San Juan. Don Sosa è sempre nervoso quando deve guidare per diversi chilometri. E anche questa volta lo è: da una settimana se ne sta chino sulla macchina a controllare che il motore sia a posto, che acqua e olio siano ok. E alla fine i suoi pantaloni sono sudici e pieni di grasso, mentre la sua camicia ha enormi patacche nere. E deve sorbirsi le sgridate de La Grace, la scema che alla fine è costretta a lavare tutto. Partono da Mina Clavero e attraversano la Valle di Traslaisierra ascoltando musica, bevendo mate e chiacchierando come fa una qualsiasi coppia in viaggio. A loro viaggiare piace molto e ormai sono abituati a farlo, da quando la loro figlia trans si è trasferita a Córdoba per studiare. È proprio per lei, per la figlia trans, che i due stanno intraprendendo questo viaggio: vanno a chiedere la grazia che le permetta di trovare un lavoro migliore. E che lavoro fa ora la figlia? Ma la prostituta, ovvio... Ogni volta che le è possibile, invita i suoi amici per un tè e, per l’occasione, prepara gli scones. È una trans piuttosto singolare, lei: sguaiata ma con un tocco inglese che da sempre la caratterizza. Gli scones li prepara secondo la ricetta di sua madre, ereditata a sua volta dalla nonna. Il segreto per ottenere scones perfetti è non lavorare troppo l’impasto e avere le mani piuttosto fredde. Non sempre può permettersi di invitare gli amici e preparare gli scones: deve avere qualche soldino, per farlo; deve aspettare il momento in cui gli affari vanno particolarmente bene. E a volte accade: ci sono notti in cui scende dall’auto di un cliente e ce n’è subito un altro pronto. C’è da dire, però, che le notti fortunate spesso sono seguite da una lunga serie di notti tristi, quelle in cui il denaro guadagnato basta a malapena per comperare un filone di pane. Certo che essere prostituta, a volte, è davvero pesante...

Dopo il successo ottenuto con Le cattive – romanzo riuscitissimo, che racconta la storia di Camila e del gruppo di trans che finirà per diventare la sua famiglia – la seconda prova autorale di Camila Sosa Villada era molto attesa. E lei è stata particolarmente coraggiosa, perché ha deciso di cambiare genere e di cimentarsi con il racconto: scelta più complessa rispetto al romanzo, perché richiede maggiore capacità di sintesi e, insieme, di attenzione. I nove racconti che Sosa Villada offre al lettore sono intriganti e particolarmente riusciti. Si aprono con immagini mai banali, mostrano la cura con cui l’autrice ha scelto cosa raccontare e cosa lasciar intuire al lettore, raccontano l’ordinario rendendolo straordinario e, soprattutto, svelano e rivelano l’animo dei protagonisti in maniera tanto profonda da suscitare ogni volta stupore. Nei diversi racconti Sosa Villada cambia registro con la stessa semplicità con cui si sfila un paio di scarpe per indossarne uno diverso: è ora comica, ora pungente e ora drammatica. Spinge il lettore a entrare in empatia con i personaggi che abitano le sue pagine; racconta di famiglie disastrate, di personaggi stralunati che cercano di dare un senso a esistenze a metà. Passa dal presente al passato in un soffio, scrive di nonni e bambini, di madri che si reinventano e di altre che fuggono; narra di violenza, di ignoranza e di amore. La scrittura di Sosa Villada incanta. Racconta la profondità con una leggerezza che si può solo ammirare. Ogni madre, ogni nonna, ogni bambino e ogni uomo presenti nei suoi racconti sono un po’ lei e un po’ ciascuno di noi. E, soprattutto, sono lo specchio della vita, quella che Camila Sosa Villada sa mostrare, disegnare, raccontare così bene.
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