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Sono una testa di panda

Sono una testa di panda

Un uomo con la testa celata da una maschera di panda entra in un “Grosso ristorante” di una località non meglio specificata del Nord Italia e cerca posto per cenare. I camerieri sono stupiti e lo guardano male, cercando di capire la stranezza di una persona che vuole cenare da sola e che non ha nessuno che la raggiunga, nemmeno “un’amichetta”. Quando finalmente riesce a raggiungere il tavolo e ad avere un menu, l’uomo con la testa di panda inizia a rimuginare sulla strana situazione in cui si trova e la sua mente lo trasporta in una sorta di sogno ad occhi aperti. Non è più al ristorante, ma al “Distorsioni cognitive show”, dove un presentatore esagitato gli sottopone una serie di questioni che mirano a far venire fuori le sue insicurezze e paranoie: come reagirebbe sentendosi dire “dobbiamo parlare” dal suo capo? E come interpreterebbe un mancato saluto ricevuto dalla sua compagna? Se un suo caro fosse vittima di un malore, si sentirebbe in colpa? L’uomo con la testa di Panda si dimostra un campione di questo show, in balìa di ansie, paranoie e turbini di pensiero che non lo lasciano in grado di valutare correttamente la sua vita. Acquisendo sempre più punti, l’uomo vince infine il premio dello show: una bella boccia di consapevolezza! Dopodiché si sveglia…

Succede a molti autori di essere identificati con i loro personaggi, di essere “quello che ha disegnato X” o “quello delle storie di Y” e succede tanto più a chi fa del proprio personaggio principale una maschera per raccontare storie più o meno vere dal proprio vissuto. Per l’Italia altri esempi sono Zerocalcare e Fumettibrutti, guardando all’estero potremmo citare invece Chester Brown o Paco Roca. In questo fumetto, strutturato come un diario che copre un anno intero, la testa di panda diventa quindi lo strumento per riflettere sulla propria vita e sul lavoro di fumettista, su una condizione mentale diversa da quella tipica e sulle prestazioni esagerate, a volte auto-indotte, spesso connesse al lavoro creativo. Questo è il pregio dell’opera, perché per quanto possa sembrare un tema un po’ abusato negli ultimi anni, ritengo non si parli mai abbastanza di disagio mentale, di rifiuto del paradigma della produttività a tutti i costi e del lato umano dietro alle performance artistiche. Il difetto è che questo discorso è condotto in un tono altalenante, che a volte fa perno sull’autoironia, smorzando il tono del discorso, e a volte si getta sull’esibizionismo sfacciato dei propri sentimenti, con un tono naif e grossolano che non eleva il testo, lasciandolo poco distante dalla condizione di un semplice sfogo, stile chiacchierata con gli amici, o di un apologo morale scontato e un po’ lezioso.