Salta al contenuto principale

Sono un’assassina?

Sono un’assassina?

Hercule Poirot è seduto a tavola intento a fare una golosa colazione a base di cioccolata calda e brioche. Questo è il momento della giornata in cui non ama essere disturbato e nel quale non fissa mai appuntamenti. Lo sa bene George, il suo maggiordomo, quando entrando nella stanza lo avvisa di una visita inaspettata: una giovane lo sta cercando. Poirot è tentato dal mandarla via, ma qualcosa nel modo di fare del suo domestico, nel descriverla, lo incuriosisce. Fatto non secondario, la ragazza si è presentata affermando che potrebbe aver commesso un omicidio. Decide, quindi, di fare accomodare la potenziale cliente nella propria stanza. L’investigatore nota subito l’aspetto trasandato di lei ed il fare impacciato ed incerto. Inaspettatamente, la giovane lo lascia di sasso quando invece di fornire una spiegazione più dettagliata circa il motivo della propria visita, lo liquida con un “lei è troppo vecchio. Sono davvero spiacente”. Poirot rimane basito, un po’ contrariato ed un po’ rattristato. Solo nel pomeriggio, di fronte all’ennesima tazza di cioccolata fumante, consumata a casa dell’amica Ariadne Oliver, famosa giallista, Poirot confessa il proprio malessere per essere stato apostrofato come troppo vecchio. Il successivo resoconto della singolare visita della mattina desta curiosità nell’amica, la quale per deformazione professionale è portata a creare ipotesi fantasiose su tutto ciò che è avvolto dal mistero. Di punto in bianco un primo pezzo del puzzle si concretizza: è stata proprio la signorina Oliver, inconsapevolmente, ad indirizzare la ragazza dall’investigatore belga. Ora rimane da scoprire chi sia la giovane e soprattutto… c’è davvero stato un omicidio?

“Tutti mi dicono che trovano meraviglioso quel mio insopportabile detective, Sven Hjerson. Se sapessero quanto lo odio! Il mio editore mi raccomanda sempre di non dirlo”. La frase è pronunciata da Ariadne Oliver, la scrittrice amica di Poirot, e racchiude l’atteggiamento che la Christie era arrivata ad assumere nei confronti del suo celebre protagonista di investigazione: non ne poteva più di lui eppure, per ragioni commerciali, non ne poteva fare a meno. Il romanzo è stato pubblicato nel 1966, a più di quarant’anni dalla nascita del noto investigatore (Poirot a Styles Court è del 1920); la sensazione è che l’autrice abbia sfruttato la popolarità del proprio personaggio, ma non gli abbia concesso molto spazio all’interno della storia. Senza voler svelare troppo della trama, si può anticipare che questa possiede tratti peculiari. Per prima cosa si intuisce che si sia verificato un omicidio, ma per averne la certezza occorre addentrarsi per oltre la metà del romanzo. Hercule Poirot, protagonista per fama, è relegato, se non ad un ruolo secondario, ad un ruolo minore, quasi offuscato dalle circostanze e dalle indagini parallele dell’amica giallista, che si improvvisa detective. Se non si conoscessero le cellule grigie di Poirot, egli passerebbe quasi in sordina. Non c’è quasi traccia dei tratti caratteriali che hanno reso famoso Poirot, la sua sagacia, la sua divertente arroganza, la sua aria di superiorità. Per chi è amante dell’ometto dalla testa d’uovo e dai baffi distinti, il romanzo risulta un po’ deludente, mentre per chi si avvicina per la prima volta ad un’opera di Agatha Christie il racconto può risultare piacevole.