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Sotto

Alba è l’orgogliosa vincitrice di un dottorato in Lettere. Una vittoria mutilata, la sua: ai ranghi iniziali della carriera accademica si accede infatti in parte per merito proprio, in parte per merito di altrui telefonate, e - nel caso in cui il merito personale risulti da un tema di qualità soverchiante - la telefonata può comunque guadagnarti al massimo l’accesso ad un posto “senza borsa”, che implicherà 3 anni di precaria sopravvivenza, di vita da pendolare, sospesa in un limbo di dipendenza dalla generosità familiare. L’essersi aggiudicata il posto si rivelerà ben presto per Alba la tessera di appartenenza ad un club i cui membri devono lottare ogni giorno per assicurarsi l’ammissione a circoli che dall’esterno sembrano inarrivabili ed esclusivi, ma, ad un approccio diretto, si rivelano per quello che sono: arene per combattimenti clandestini di galli che ospiteranno il sangue e le piume di tutti o quasi i protagonisti del libro, nel corso della loro danza di accoppiamento rituale col Potere. Il mondo universitario, le sue dinamiche, la sindrome di Stoccolma che permea costantemente le relazioni dei giovani accademici con i loro mèntori è lo scenario primario in cui si dipanano le debolezze, i tic emotivi, le fragilità di Alba e dei suoi colleghi, il cui precariato lavorativo sembra essersi tradotto in una altrettanto precaria capacità di presa sulla realtà…
Molti dei protagonisti del libro sono soccombenti, ma fatalmente la parte del “sotto” sembra essere riservata perlopiù alle protagoniste femminili. Alba è “sotto” nei suoi rapporti umani e professionali: sarà di volta in volta sopraffatta da Francisco, il suo amante e collega di studio la cui ossessione di dominio e controllo si placa solo nutrendo il mostro che è in lui di un flusso costante, diretto, dovizioso di notizie mirate a fornirgli una tabella oraria degli spostamenti, incontri, discorsi di Alba; lotterà per uscire da cono d’ombra in cui tenta di gettarla Camilla, la sua nemesi; Camilla, ragazza madre e competitor per le attenzioni di Ludwig, vecchio barone e arbitro capriccioso dei combattimenti, sarà a sua volta schiacciata dall’esercizio del potere fine a se stesso. Alba e Camilla sono schiacciate, condannate a “stare sotto” in quasi tutte le relazioni, dalla più superficiale alla più intima, i loro uomini sono piccoli, ipodotati (anche in senso fisico), insicuri: Romualdo/Romeo/Romy, messo in fuga dopo una seduta di baci infuocati, Francisco e la sua leva del cambio contro la quale impatta la faccia di Alba, Marco con le sue piccinerie e la sua ossessione per il sesso umido e Ludwig, il vecchio barone dalla bocca mai nettata durante i pasti, che si nutre del proprio ruolo, dell’importanza che sente di rivestire agli occhi dei suoi accoliti e delle rivalità che riesce a generare nelle due sue allieve. Un improbabile Pigmalione per due inadeguate aspiranti Galatea. Il decadimento fisico, nel caso di Ludwig è ovviamente prodromico al fine carriera e direttamente proporzionale ai suoi sfoggi di dominio. La sensazione generale nel corso della lettura è di un vago senso di rimpianto, di frustrazione per la lunghissima serie di occasioni perse: quella di squarciare un velo di Maya sul marcio mondo delle carriere accademiche, quella di indagare i reali risvolti dei rapporti di potere nel sottobosco fitto del precariato che presta la propria opera a titolo gratuito con l’aggravante della doverosa gratitudine di cui è eterno debitore. Avrebbe potuto essere uno straordinario documento di analisi dell’esercizio del potere in quanto mera ansia di controllo, a partire dall’ambito familiare fino a quello delle relazioni sessuali, amicali, lavorative, dei rapporti umani alla base della catena alimentare: ma finisce invece per essere un catalogo lievemente didascalico di debolezze, irresolutezze, rinunce.