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Sotto la falce – Un memoir

Sotto la falce – Un memoir

DeLisle, Mississippi. Anni Ottanta-Novanta. Jesmyne frequenta una scuola episcopale a maggioranza bianca. È una ragazzina di provincia e i suoi compagni di classe sono provinciali esattamente come lei. Jesmyne ha una borsa di studio e può frequentare quella scuola solo perché sua madre fa la domestica per alcune famiglie ricche della zona costiera, che pagano la sua retta. Per tutto il tempo delle medie e del liceo lei è l’unica ragazza di colore della scuola. Quando i suoi compagni parlano dei neri di New Orleans evitano di guardarla e, quando raccontano orribili storie di bianchi che vengono uccisi mentre tirano fuori la spesa dall’auto, evitano di specificare che gli aggressori sono sempre persone di colore. Nei fine settimana la madre di Jesmyne scarrozza lei e i suoi tre fratelli minori dalla costa del Mississippi fino a New Orleans, per andare a trovare il padre, che si è trasferito laggiù dopo che i due si sono lasciati, per l’ultima volta prima di divorziare, ma stanno cercando faticosamente di ricucire lo strappo che li ha separati. A casa del padre - un edificio con le sbarre alle finestre che confina con un capannone industriale recintato ed è situato accanto all’autostrada sopraelevata - c’è un’unica camera da letto, tutta gialla, dove dormono i genitori. Jesmyne, suo fratello Joshua e le sorelle Nerissa e Charine improvvisano letti con i cuscini del divano sul pavimento del soggiorno, in modo da avere uno spazio sufficiente per dormire. Quando la domenica Jesmyne e gli altri lasciano il padre per tornare a DeLisle, lei si intristisce. E la stessa cosa accade ai fratelli e anche alla madre, che sta cercando di salvare il matrimonio, nonostante la distanza e gli anni di infedeltà del marito. Ha addirittura preso in considerazione l’idea di trasferirsi insieme ai figli a New Orleans. A Jesmyne il padre manca molto e, soprattutto, non ha affatto desiderio di tornare a scuola, il lunedì mattina. Non vuole tornare in mezzo a quei compagni che evitano di incrociare il suo sguardo subito dopo aver detto qualcosa a proposito dei neri...

La sofferenza, si sa, è in grado di far nascere sublimi forme d’arte. Questo è ciò che accade anche nel memorial di Jesmyne Ward - unica scrittrice statunitense ad aver vinto per due volte il prestigioso National Book Award -, un testo in cui Jesmyne racconta con sincera trasparenza la sua esistenza povera e tradita e, quel che ne esce, è un testo meraviglioso. L’affetto e il calore dei fratelli e degli amici diventano il perno attraverso cui l’autrice mostra al lettore una famiglia che ogni giorno deve vedersela con i propri demoni: il padre se ne va di casa con una ragazzina, la madre si sfianca di lavoro per mantenere i quattro figli, Jesmyne frequenta - unica ragazza di colore - una scuola di bianchi che vedono in lei e in quelli come lei il male assoluto. Nonostante ciò, la vita della giovane è ricca e piena e non mancano apertura, empatia, desiderio di aiuto reciproco, grande senso di familiarità e fratellanza. Jesmyne sopravvive alle ferite che l’appartenenza a una terra difficile le ha inferto, togliendole inizialmente la speranza e la gioia di un vivere leggero. Tuttavia, la giovane non spezza mai il legame con le proprie radici: la sua terra puntualmente la richiama a sé e, anche se ogni volta è il dolore di una nuova perdita l’unico dono che sa offrirle, la invita a proseguire la lotta per l’affermazione di sé con uno spirito di rivalsa che traspare in ogni riga del racconto. La continua rielaborazione del lutto della perdita - diversi sono gli affetti che nel corso dell’esistenza le verranno strappati da un destino beffardo - e l’esempio coraggioso e forte rappresentato dalla figura materna, modello da imitare, sono gli aspetti salienti di uno scritto che si legge tutto d’un fiato, regala pagine intense e ricche di interrogativi, per i quali la protagonista prima e il lettore poi cercano di trovare ogni possibile risposta. Una scrittura piana e senza fronzoli attraverso la quale un messaggio arriva forte e chiaro: il tempo non cancella le ferite né allevia il dolore. Può tuttavia anestetizzarlo e costituire terreno fertile sul quale seminare nuove speranze.