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Sovietistan - Un viaggio in Asia centrale

sovietstan

L’area molto vasta che dai Carpazi e dal Mar Caspio arriva fino all’Oceano Pacifico può essere definita genericamente Asia Centrale, ma in realtà la zona può essere circoscritta a cinque stati (Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan e Kazakistan) abbastanza recenti perché effettivamente nati soltanto dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Un europeo che desidera visitarli passa attraverso la porta di Istanbul, dall’aeroporto Atatürk, cerniera fra Occidente e Oriente, convinto di trovarsi di fronte uno dei tanti mondi russi, mentre in realtà è catapultato in regioni che ancora oggi vivono sospese fra il passato e l’avvenire. Ashgabat, la prima capitale del Sovietistan, è una città che brilla di marmi italiani, costruita per lo più da architetti giapponesi e francesi, con una luce simile alla neve sulle montagne. Peccato che qui si tratti invece di cattedrali bianche, in mezzo alla polvere. Dentro questi palazzoni quasi del tutto vuoti, infatti, ci sono i cimeli di storie secolari; fra le persone c’è ancora il sospetto della dissidenza. Ma non si è mai soli a girare per le strade, perché enormi ritratti dei nuovi presidenti campeggiano ad ogni angolo, dove prima c’erano le bandiere rosse. Sono luoghi fragili, che un terremoto ha raso al suolo ma che stancamente l’apparato burocratico sovietico ha ricostruito secondo i soliti cliché. La gente passa per strada nei veli e nei vestiti di un’epoca andata, convinta che sta preparando un domani diverso e più prospero…

Il bellissimo saggio di Erika Fatland, scrittrice ed antropologa, è innovativo fin dal titolo con il quale conia un nuovo toponimo, la regione del Sovietistan, ovvero della “Terra dei soviet”, perché il suffisso -stan indica proprio “luogo, terra”: si tratta di tutte quelle terre che, prima abitate da popoli nomadi e poi di origine araba e turca, sono state riunite e “colonizzate” dai russi nel diciannovesimo secolo e si sono rese indipendenti soltanto con la caduta dell’Unione Sovietica. Ma si tratta dell’indipendenza di orfani: dietro i marmi e lo sfarzo, dietro la polvere ed i deserti, ci sono persone che soltanto con l’unificazione forzata della Russia si sono davvero sentite parte di una nazione. Se è vero che la dittatura comunista ha portato l’esproprio di ogni bene, ha eliminato la proprietà privata, ha costretto popoli differenti ad avere un unico credo nel regime comunista, ha portato il sospetto e la censura, è altrettanto vero che quella dittatura ha eliminato l’analfabetismo, ha permesso a tutti di avere assistenza sanitaria, cultura, teatri, voli, treni a portata di mano, ha portato lavoro. Nella sua esplorazione Erika Fatland mette a nudo la contraddizione di città che sembrano sorte dal nulla come preparate per un popolo futuro che non c’è, ma raccoglie anche la nostalgia di chi rimpiange il benessere, contraddittorio, del regime sovietico. Il libro è una guida umana che funge da diario e da raccolta scientifica di osservazioni, costumi, abitudini, sentimenti. Una lettura preziosa che si affronta con leggerezza, pur sapendo che si stanno attraversando argomenti pesanti e secoli di storia.