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Spacefood

Spacefood

Aner Sims, giornalista enogastronomico della blasonata testata “The Times of Hibernia”, e la sua fidanzata Net O’Moore, ricorderanno di certo a lungo la cena di San Valentino presso la “Taverna Galattica di Mario”, ristorante ospitato all’interno di un satellite artificiale in orbita geostazionaria intorno all’asteroide vulcanico Koin: prima un antipasto deludente a base di coda di Grog e dei disgustosi spaghetti agli asparagi e scampi di Amstel; poi un inatteso incidente con un cocktail proibito, i cui rimasugli, versati per errore negli scarichi del satellite, hanno provocato l’esplosione dell’asteroide... Ogni anno il giornale per cui Sims lavora indice un’asta di beneficenza mettendo in palio una cena con il proprio critico gastronomico. Mentre il giornalista sta passando mentalmente in rassegna i vari locali in cui potrebbe portare il vincitore, un incrociatore leggero intergalattico atterra di fronte al grattacielo che ospita la redazione della testata. L’irruzione nell’edificio di un titano corazzato armato di pistola vaporizzatrice che proclama di essere “Sun il Disintegratore” non promette nulla di buono. Sotto la corazza si cela in realtà Augusto “Rock” Parboni, comandante di astronavi della Confederazione Galattica e vincitore dell’asta di beneficenza. Augusto ha già scelto: la cena si terrà presso il “Ristorante che non c’è”, locale famoso perché non esiste in alcun luogo. Per accedervi bisogna passare per il pub irlandese “La Pietra dell’eloquenza” e superare una prova. La punizione per gli sconfitti è la disintegrazione... Aner Sims e la sua bellissima amica (quasi fidanzata) Scilla Aliprand sono a Znavel, città patrimonio dell’Umanità per i suoi numerosi monumenti e le meravigliose opere d’arte. Scilla, decisa a conquistarlo, ha programmato tutto: weekend di charme, visita al Duomo e al museo civico, biglietti per il famoso Festival jazz, e soprattutto una cena al “Ristorante ai Confini della Galassia”, il sogno di ogni giornalista gastronomico! Ad attenderli due brutte sorprese: Apuleius, lo chef e titolare del rinomato locale è scomparso, e Augusto “Rock” Parboni è appena arrivato sulla scena per risolvere il mistero...

Andrea Coco, romano, classe 1964, un passato da giornalista, già autore di racconti di genere fantascientifico (e non solo) pubblicati su antologie e riviste di settore, in Spacefood unisce una evidente passione per l’arte culinaria a quella per la fantascienza. Il testo è ispirato allo stile di Achille Campanile, come specificato dall’autore, e si colloca nel filone della fantascienza umoristica inaugurato dal ciclo della Guida galattica per gli autostoppisti del compianto Douglas Adams, di cui, ricordiamo, Ristorante al termine dell’Universo è il secondo volume. Il libro, pur presentato nella forma di stampa come romanzo, con un prologo e due parti, è una raccolta di tre trame (due racconti e un romanzo breve) in sostanza autoconclusive. Si parte con La Taverna Galattica di Mario, racconto scritto in prima persona che consente l’introduzione del protagonista, Aner Sims, e del personaggio secondario più interessante, Augusto “Rock” Parboni, incontenibile alto ufficiale della Confederazione Galattica, le cui avventure “sono raccontate ai bambini la sera, quando non vogliono andare a dormire”. Fanno seguito Il “Ristorante che non c’è”, romanzo breve che costituisce il core del volume, e Il “Ristorante ai confini della Galassia”, racconto lungo, entrambi in terza persona. Lunga la serie di citazioni e rimandi: dalle canzoni (c’è spazio per Orietta Berti e Peppino di Capri, Frank Zappa e Otis Redding) ai film e ai telefilm cult (da Star Wars a Apollo 13, passando per Star Trek), in uno stile grottesco e parodistico che riporta a Futurama, cartone animato del creatore dei The Simpsons Matt Groening. All’originale idea di ambientare le avventure di un giornalista titolare di una rubrica gastronomica tra astronavi e robot, si affianca una scrittura che fa sì ricorso a invenzioni continue e a dialoghi serrati, ma che alla lunga risulta prolissa e dispersiva, mettendo in evidenza la necessità un più deciso intervento di editing, che avrebbe evitato al lettore la sensazione di degustare un piatto ove lo chef ha forse ecceduto con spezie e condimenti.