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The Spank

The Spank

Vargas e Sonny, un farmacista e un dentista cinquantenni, sono due amici di vecchia data con la consuetudine di ritrovarsi, una volta alla settimana, in un caffè del loro quartiere, The Spank, La Sculacciata. Parlano di tutto e di niente (del lavoro, delle mogli e dei figli, dei loro progetti in comune e non), come fanno gli amici fraterni. In quel breve lasso di tempo sono sé stessi e basta. Vargas è sposato con Nina e ha una figlia: la sua Gemma. La moglie di Sonny è, invece, Rachida, un’accademica: loro hanno due figli, Atif e Leila. Un giorno, però, le cose cambiano repentinamente. La situazione sfugge di mano ai due amici. Leila scopre una foto compromettente del padre. Di lì, l’inquisitoria, l’uscita di casa di Sonny, il malessere di Rachida. La presa di posizione di Nina, moglie di Vargas, contro Sonny; tutto degenera, mentre i due si affannano per rimettere insieme i cocci. Ma le trame che tengono salde le relazioni, le famiglie, si rivelano essere tanto tenaci, quanto fragilissime, in grado di rompersi anche solo con un soffio, come una torre di carte da gioco. La patina dell’ipocrisia, una volta scrostata, lascia emergere verità scomode, con le quali può essere difficile scegliere di convivere…

Hanif Kureishi, scrittore e sceneggiatore anglo-pakistano, con The Spank sceglie l’Italia per la prima assoluta, al Teatro Stabile di Torino, con la regia di Filippo Dini. Il suo sguardo sulla natura polimorfa dei legami è acuto e a tratti disincantato: veritiero. Con parole – dialoghi – nude, dettate dalla sincerità dell’amicizia – Vargas e Sonny sono gli unici due attori della scena, tutti gli altri personaggi vengono da loro indirettamente raccontati – l’autore può far dire di tutto ai suoi due personaggi: non ci sono inibizioni o non detti tra due amici di sempre, né parole più adatte di altre. Solo quelle vere, sincere. Almeno finché qualcos’altro – o qualcun altro – non si insinua tra loro. In un’età delicata – quella dei cinquant’anni – in cui si fanno bilanci, in cui si guardano i propri figli, le proprie mogli come indicatori della felicità personale, i due amici sembrano avere due risposte diverse, due atteggiamenti antitetici: Vargas parrebbe appagato, Sonny niente affatto. Di qui il suo desiderio di evasione, di fuga da una realtà in cui non si riconosce, da una famiglia che lo porta continuamente ad arrovellarsi sui propri presunti errori. Allora, meglio errare davvero, meglio abbandonare quello che si riteneva il proprio centro – foss’anche il tuo miglior amico – e scegliere per la prima volta quello che davvero si vuole (o che si pensa di volere). A restare è Vargas, con la valanga di domande che gli ha gettato addosso Sonny. Vargas rimane, anche se rimanere significa sentirsi un po’ più solo nel presente e davanti a quel futuro scandito dai figli, dal loro avvenire che, insieme, terrorizza ed emoziona.