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Spartaco - Le armi e l’uomo

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Nell’Italia del 70 a.C., pochi decenni prima che un’inattesa eruzione vulcanica sommergesse le città di Pompei ed Ercolano, alcune centinaia di uomini fuggiti dal giogo della schiavitù e celati dai residui d’una notte morente si spostano in silenzio tra gli anfratti rocciosi in attesa del momento adatto per attaccare l’accampamento romano a pochi passi di distanza. “(…) È probabile che avessero scelto proprio il primo chiarore – con già un po' di luce, ma i romani ancora immersi nel sonno. Non faceva freddo, anche se le notti sono sempre fresche sul Vesuvio”. Ebbene, quella piccola compagine di fuggitivi caparbia e risoluta, sottovalutata dai vertici della Roma tardo-repubblicana, si persuase ad agire sotto l’abile regia d’un ancora anonimo gladiatore trace. “Attaccati d’improvviso alle spalle – molti forse ancora addormentati – da uomini addestrati a feroci corpo a corpo, i romani non ebbero scampo, travolti da una sorpresa tattica completa. Non ci fu nemmeno una vera battaglia. Il campo cadde, e i soldati uccisi o messi in fuga”. Tutto ebbe inizio nella fiorente città di Capua, nella quale sorgevano centri di addestramento per gladiatori, protagonisti di quei cruenti spettacoli di morte, sopraffazione e violenza tanto amati dagli abitanti della Roma antica. Questi campi di addestramento erano popolati perlopiù da prigionieri di guerra, solo in un secondo momento anche la presenza di cittadini romani divenne consuetudine. Di gladiatori traci ve ne erano innumerevoli, eppure il trace in questione faceva passare inosservati tutti gli altri. Il suo nome, Spartaco, sopravviverà per millenni e le sue imprese colmeranno d’inchiostro e ammirazione migliaia di pagine…

“Questo non è un libro sul mito di Spartaco. È un racconto biografico rendente i fatti e i personaggi”, scrive Aldo Schiavone nell’incipit; eppure il carattere romanzesco delle vicende narrate rende il saggio avvincente quanto un romanzo, eccezionalmente accurato dal punto di vista storico. L’opera dedica ampio spazio alla descrizione del contesto: avere un’idea dello sfondo sul quale il condottiero trace ebbe modo di tessere l’intricata trama di azioni che ne rese immortale il nome infatti è fondamentale al fine di evitare i fraintendimenti che necessariamente scaturiscono dall’osservare quelle medesime azioni ab aeterno. Egli esplicita i presupposti del punto di vista vizioso con il quale noi contemporanei guardiamo a Spartaco ed alla sua ribellione. “Il primo è l’immagine, solidissima nella tradizione romana, che ha cercato di inchiodare Spartaco al ruolo di schiavo fuggitivo”. Questa immagine era funzionale ai romani, che inchiodando Spartaco allo stereotipo dello schiavo vigliacco e biasimevole potevano delegittimarne le gesta e le ragioni. “Il secondo elemento che ha ostacolato la nostra comprensione appartiene invece al mito moderno di Spartaco come interprete e massimo esponente di una più o meno latente coscienza di classe degli schiavi romani”. È evidente che la nozione di “coscienza di classe”, ha significato unicamente se applicata al contesto della rivoluzione industriale: la figura dello schiavo e quella del proletario non sono affatto analoghe, così come la distanza tra i due sistemi economici nei quali esse si sono manifestate è abissale. Schiavone spende diverse pagine nel chiarire questo punto. Questo libro è dunque uno strumento imprescindibile per gettare luce su uno dei più oscuri aspetti della civiltà romana: l’istituzione della schiavitù “E gli antichi, che in tanti stati dell’anima ci sembrano vicinissimi, quando parlano dei loro schiavi d’improvviso rivelano tutto l’abisso che li divide da noi”.