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Alcuni libri sugli scacchi, fra archetipi e stereotipi

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Gioco transculturale, gli scacchi nascono in Oriente probabilmente nel terzo millennio avanti Cristo, in una qualche variante diversa da quella che conosciamo oggi, ma sempre e comunque legata alla logica ed a un “fatto di sangue”, per poi diffondersi senza sosta disperdendosi in mille varianti nel resto del mondo, occidentale ed orientale. Alla base di tutto, lo si è detto, c’è uno scontro (fisico e mentale) senza tregua fra due persone che sono più di due rivali, sono due nemici che desiderano soltanto annientarsi. Del resto l’espressione “Scacco Matto” deriva dall’antico persiano Shāh Mat, ovvero “il Re è morto”.




Una delle storie più note sul gioco degli scacchi è legata al matematico indiano Sessa Ebu Daher, che presentando il gioco ad un sultano che aveva perso il figlio sacrificatosi in battaglia, lo sfidò mostrandogli l’importanza della strategia e del sacrificio: il sultano gli concesse una ricompensa che Sessa concretizzò in grano, esattamente un chicco per il primo quadrato della scacchiera, due per il secondo, quattro per il terzo, otto per il quarto e così via. A conti fatti si trattava di una quantità enorme di grano, tanto che il re decise che per la sua imprudenza Sessa dovesse essere ucciso. Certamente la pandemia e la diffusione della serie televisiva La regina degli scacchi tratta, ma riadattata, dall’omonimo libro di Walter Tevis fino ad allora sconosciuto, hanno avvicinato molti curiosi a questo gioco, facilitati dal fatto che sono da anni operative piattaforme online che permettono di giocare anche a distanza. È diventato un fenomeno di costume, anche un modello da invidiare, quel mix di logica ed adrenalina, che si spera però possa lasciare segni più profondi e meno effimeri.

Certamente ci sono un nesso matematico ed una matrice logica alla base del gioco degli scacchi, come evidenziano Bruno Codenotti e Michele Godena nel libro A scuola di scacchi da Alice: la logicità del gioco era talmente piaciuta a Lewis Carroll da farne un punto di snodo fondamentale della continuazione di Alice nel Paese delle meraviglie. Del resto nell’800 la fama degli scacchi, contornata da un alone di mistero, scatenava le fantasie degli scrittori più diversi, come nel caso di Edgar Allan Poe che all’automa Turco, come veniva soprannominato, dedicò un serissimo trattato, Il giocatore di scacchi di Maelzel, per dimostrare come dietro all’imprevisto ci fosse sempre un trucco umano.

Ma mi pare che queste siano le strade meno intriganti per avvicinarsi al Nobil Giuoco: molto più interessante invece studiare le personalità dei giocatori, spesso sul limite fra il folle ed il genio. L’equilibrio degli scacchisti, si sa, è labile: non a caso Reuben Fine, maestro di scacchi e psicologo, ha dedicato un bellissimo ed agilissimo volume all’analisi dei profili dei giocatori. Di pregevole fattura sono invece i ricami romanzeschi e biografici che Paolo Maurensig, da poco scomparso, ha intessuto delle vite di illustri e meno illustri ‘spingilegno’. Non sono vere e proprie biografie, ma scavi nella mente degli uomini che hanno spinto i pezzi sulla scacchiera, girotondi intorno alle loro peripezie: da Malik Mir Sultan Khan campione di chaturanga e primo vero scacchista orientale (Il gioco degli dèi) impiegato dagli inglesi per le strategie d’attacco del loro esercito, a Paul Morphy (L’arcangelo degli scacchi), giovane promessa degli Stati Uniti, primo vero professionista e enfant prodige, allo sconosciuto Daniel Harrwitz, protagonista de L’ultima traversa, fino al grande ed inimitabile Alexandre Alechin (Teoria delle ombre), figura controversa del mondo scacchistico dell’inizio del ‘900, dal passato vicino al nazismo, antisemita, narcisista. Una vera forza della natura, tanto lucido ed estremo, quanto misteriosa è stata la sua morte, ricostruita con dovizia di particolari ed ipotesi a tratti convincenti dallo scrittore friulano. L’esatto contrario di Alechin è stato Raul Capablanca, il cubano suo sfidante, protagonista col rivale del primo grande scontro sulla scacchiera, svolto a Rio de Janeiro nel 1927 e raccontato da Fabio Stassi in un libriccino che rende omaggio a Gesualdo Bufalino, folgorato da quella sfida titanica, ma impossibilitato a scriverne per il sopraggiungere della morte. Ma era chiaramente una fascinazione che nasceva dallo scontro manicheo fra due personaggi reali diversissimi nell’indole e nella vita. Bisognerà aspettare il 1972, la ben nota sfida di Reykjavík non solo fra due geni della scacchiera, l’americano Bobby Fischer e il russo Boris Spasskij, ma addirittura fra due differenti mondi coinvolti dalla Guerra Fredda, per rivedere un altro scontro fra titani: se il bellissimo libro di David Edmonds e John Eidinow, Bobby Fischer va alla guerra. Fischer-Spasskij, il titolo mondiale di scacchi e la guerra fredda (2006) è oggi introvabile e leggibile solo nella versione originale inglese, l’atmosfera di quello scontro fra mondi contrapposti è ben recuperata dal film La grande partita (2014).

Traspare tutta l’esuberanza narcisistica di quel grande campione che fu Fischer, incapace di contenersi e di concedere qualcosa alla compassione, come vede bene nell’aggiornamento del suo libro Reuben Fine. Dopo Alechin, Fischer è stato il campione più cannibale, più violento (in senso scacchistico), della storia degli scacchi: implacabile verso gli avversari come verso se stesso. Non gli interessava vincere, voleva distruggere l’ego del suo rivale, umiliarlo. La vita di Fischer è stata una meteora, tanto devastante quanto repentina, tanto che molti ritengono che dopo essere scomparso si sia dedicato a sfide a scacchi online, come vuole immaginare Roberto Cotroneo in Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome. Considerato come lo scontro supremo fra due uomini, molto spesso il gioco degli scacchi fa da sfondo ad una sfida perpetua che va oltre l’affermazione di una vittoria: la scacchiera è il campo di battaglia dove si sono affrontate paure ed eccitazione, ma anche quel luogo attorno al quale due uomini cercano definitivamente la loro resa dei conti. Non a caso uno dei filoni più riusciti è quello che associa la partita casuale fra due giocatori allo scontro fra carnefice e vittima della seconda guerra mondiale: è il caso del maestro Tabori de La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, ma anche dell’Orologiaio ne La scacchiera di Auschwitz di John Donoghue, entrambi a vario titolo debitori de La novella degli scacchi di Stefan Zweig. Qui si assiste ad una vera e propria partita a scacchi contro la Morte, come nell’iconoclastico Il Settimo sigillo (1957) di Ingmar Bergmann, la cui fama e potenza narrativa sconfina anche nei fumetti (Dylan Dog n.66, Partita con la morte, del 1992).

Ma è anche un gioco che può diventare ossessione ed accentuare malattie e psicosi: nella letteratura delle storie sugli scacchi si passa da Daniel Harrwitz che allontana da sé la scacchiera diabolica al Dottor B. de La novella degli scacchi, al povero Lužin di Vladimir Nabokov (La difesa di Lužin), personaggi destinati alla dannazione come il povero Paul Morphy, suicidatosi in preda a attacchi di paranoia. Indubbiamente un filone che ha avuto grande successo è quello del libro giallo, che associa alla strategia scacchistica quella del detective (senza dimenticare che il prodromo di tutti i detective attuali, Sharlock Holmes era noto giocatore di scacchi): a partire da Andrea Camilleri che ne La mossa del cavallo scomoda la metafora scacchistica per descrivere l’imprevedibilità di una soluzione al mistero di un omicidio. Ci sono poi gialli dal carattere storico, come La tavola fiamminga di Arturo Pérez-Reverte, oppure ambientati secondo il cliché più canonico del giocatore-detective come Scacco matto con delitto di Paolo Fiorelli e poi ci sono quelli che scrivono gialli non-gialli, basati su partite non-partite che si interrompono bruscamente, come Caso irrisolto del ceco Patrick Ourednik, vinto dal piacere di divagare fra le 64 caselle, piuttosto che cavarne fuori l’ennesima storia.

Gli scacchi come metafora artistica, cioè rappresentazione creativa dell’arte, hanno al centro una performance irripetibile -nonostante l’idea che gli scacchi possono muoversi soltanto secondo schemi predefiniti, visto che il campo da gioco è sempre quello, che i pezzi sono sempre quelli e che molte combinazioni di mosse sono già oggetto di studi, analisi e verifiche- fra due giocatori-artisti che collaborano fra di loro: è questa la tesi, o meglio, una delle tesi, che ritroviamo nel denso e colto libro di Ivano Porpora Un re non muore. Corso letterario di scacchi, un percorso anarchico e irregolare fra gli scacchi e la scintilla artistica, letteraria, ma anche visiva. Mentre invece gli scacchi come esperienza filosofica e mistica sono trattati sotto forma di saggio nel libro di Jonathan Rowson La mossa giusta. Il senso degli scacchi per la vita: la scacchiera è qui intesa come strumento di equilibrio per l’estero, come mezzo per allontanarsi dalla compressione della vita quotidiana, come mezzo per organizzare la vita di tutti giorni secondo metodo, gli scacchi come strategia. Da questo punto di vista è sicuramente magistrale la autobiografia del più grande campione di scacchi del ‘900, Garry Kasparov: ne Gli scacchi, la vita si affronta in maniera sistematica ed educativa l’insegnamento degli scacchi per ogni altro tipo di attività, politica, lavorativa e civile.