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Cristina Campo: la bellezza è nel dettaglio

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La ragione per la quale Vittoria Guerrini a un certo punto della sua vita trasformò il proprio nome in Cristina Campo costituisce, ancora oggi che si celebra la ricorrenza del centenario della sua nascita, un mistero irrisolto. L’indimenticato critico letterario Pietro Citati supponeva che la scelta derivasse dalla vocazione a schierarsi in “campo” religioso che la donna avvertiva crescere sempre più al suo interno. Eppure, anche se su tale richiamo vocazionale non sussistono dubbi a giudicare dalle testimonianze e dalle opere, tuttavia ella non rinunciò mai al temperamento di raffinata mondanità che caratterizzava la sua personalità. Insomma, poiché la sua sarebbe stata una scelta di “campo” quantomeno stupefacente, non appare facile dare pieno credito all’ipotesi dell’emerito critico. Del resto non ci sentiamo neppure di avanzare la supposizione che la Guerrini avesse deciso di dotarsi di un nom de plume per enfatizzare il suo ruolo di poetessa e scrittrice, alla luce delle parole che ella scrisse su se stessa: “Ha scritto poco e le piacerebbe avere scritto meno”.



Alla luce di quanto detto, è davvero difficile, se non addirittura impossibile, farsi un’idea esaustiva non solo della motivazione che la spinse a cambiare nome, ma anche della natura stessa della personalità di una donna misteriosa, che sprigionava ironia e mondanità, pur avvolta da una sensibilità religiosa in cui oscillava tra inquietudine ed entusiasmo. Insomma, un’anima tormenta avvolta da un’atmosfera di austera e conservatrice bellezza liturgica, come lo sono state non poche sante del passato.

Era nata a Bologna nel 1923, figlia di un musicista e compositore originario di Faenza, e di Emilia Putti, sorella di un bravo chirurgo ortopedico. A causa di una congenita malformazione cardiaca, che le rese precaria la salute per tutta la sua vita, Cristina affrontò il periodo adolescenziale lontana dai coetanei e condusse studi scolasti irregolari. Nel 1928 si trasferì a Firenze, dove il padre fu chiamato a dirigere il conservatorio Cherubini. L’ambiente culturale fiorentino fu determinante nella formazione di Cristina, a cominciare dall’amicizia sentimentale che la legò al germanista e traduttore Leone Traverso, fino a quella con Mario Luzi e Gianfranco Draghi, grazie ai quali divenne una fervente ammiratrice di Simone Weil, di Gabriella Bemporad e Margherita Pieracci Harwell, la letterata che curò la pubblicazione delle opere postume di Cristina Campo. Risiedeva in una casa fuori del centro storico del capoluogo toscano dove la Harwell spesso si recava a trovarla. Ella stessa ammise la sua sorpresa nel notare come potesse una scrittrice e poetessa che non aveva rinunciato al mondo, dotata di un’evidente carica vitale nutrire nello stesso tempo la preziosità dell’ascesi. Come il suo portamento all’apparenza elegante e mondano custodisse dentro di sé il senso tragico di un’esistenza vana e precaria. Tale consapevolezza si alimentava delle letture delle opere, tra le altre, soprattutto di Katherine Mansfield, di Hugo von Hofmannsthal e i Eduard Morike, oltre che di Simon Weil. Sono tutti autori da lei versati nella nostra lingua con mirabili traduzioni, che ancora oggi costituiscono una parte, assieme ai suoi componimenti, della sua apprezzata attività letteraria.

Cristina abbandonò Firenze nel 1956 e si trasferì a Roma, seguendo ancora il padre, chiamato questa volta a dirigere il Conservatorio di Santa Cecilia. Nel nuovo ambiente ebbe modo di frequentare nuovi uomini di cultura, quali Roberto Bazlen, Giorgio Manganelli, Guido Ceronetti, Nelo Risi, Margherita Dalmata, Andrea Emo ed Elémire Zolla, al quale si legò sentimentalmente. Ma la Roma che avvolge la Campo è estranea alla tradizione storica dei caffè, o dei salotti letterari. Qui l’aspetto mondano viene meno ed ella limita visite e incontri. Anche perché in società, prelati e militari sono ben più numerosi rispetto ai letterati. L’atmosfera romana è contraddistinta da uno stile di vita clericale che inquina il sapore più autentico della libera spiritualità, verso il quale la Campo sente crescere sempre di più la propria sensibilità. Verso il proprio desiderio di ascesi che forse nasce dalla delusione di trovare nella città santa un vuoto inatteso di genuina sacralità.

L’anno in cui arrivò a Roma apparvero le prime poesie di Passo d’addio, molto diverse queste da quelle che avrebbe scritto nella Capitale, nelle quali prevalse la fascinazione per la Roma barocca e secentesca. Quelle successive segnarono un suo ulteriore avvicinamento alle tematiche teologiche, e la scrittura di un saggio piccolo ma mirabile su autori di grande valore dal titolo Gli imperdonabili, che venne poi pubblicato nel 1987 da Adelphi e da Gallimard nel 1992. Il titolo costituisce un tributo ad autori che seppero dare vita a una perfezione stilistica che già al suo tempo costituiva un retaggio del passato. Nella civiltà della perdita, in cui Cristina riteneva di abitare, la perfezione che la ossessionava, la obbligava a ricordare qualcosa che non esisteva più.

Alla morte del padre, avvenuta nel 1965, la Campo si ritirò ad abitare nella stanza di una pensione nel quartiere appartato dell’Aventino, portando con sé la mobilia dei tempi in cui risiedeva a Firenze. Una scelta dettata dalla convinzione che senza cerimonia non si potesse dare vita ad una grande scrittura. La sua predilezione, rivolta alla bellezza rivelata dal dettaglio, fece di lei un’acrobata della parola senza pubblico. E forse lo è rimasta tutt’ora, visto che anche in occasione del centenario della sua nascita, le librerie non hanno esposto in vetrina nemmeno una sua opera e solo pochi giornali le hanno dedicato un articolo. Morì per un attacco cardiaco il 10 gennaio 1977, sola e appartata, delicata e raffinata come quella sola copia de Il mio pensiero non vi lascia, unico suo solo libro che ho trovato entrando in libreria il 28 aprile scorso a distanza di cento anni dalla sua nascita.

I LIBRI DI CRISTINA CAMPO